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Il ladro di giorni

Rubarsi la vita

di

Il piccino Salvo ha visto per l’ultima volta il padre mentre veniva portato via dalla Polizia. Poi più nulla per sette anni, durante i quali è morta pure la mamma. Affidato alla zia e alla sua famiglia, è cresciuto bene, un ragazzino bello e civile. Che niente ha da spartire con l’aria da malavitoso che ha Vincenzo, il padre, quando viene a riprenderselo per qualche giorno, una volta scarcerato. Salvo non vorrebbe, ma è costretto e così inizia un viaggio dal Nord Italia verso Bari, su una macchina che ha un carico da consegnare. Di che natura sia il carico, è facile intuire e Vincenzo vede nel bambino una specie di assicurazione in caso di controlli. Come in tutti i viaggi però, la distanza e il tempo insieme daranno modo al padre e al figlio di conoscersi e di capirsi. Perché Vincenzo è stato un piccolo malvivente al quale la prigione ha solo peggiorato i difetti. Ma qualcosa di buono in lui c’era, ed era quello che aveva amato la mamma di Salvo. Forse stando insieme con il figlio le cose potrebbero migliorare, anche se i legami con il vecchio ambiente sono troppo difficili da troncare. E il Destino sa sempre cosa fare di noi. Il ladro di giorni del titolo è l’uomo che Vincenzo ritiene responsabile della sua (meritata) detenzione e di cui vuole vendicarsi, nel corso di questo viaggio dai molti risvolti. Il vero ladro però è il padre, che col suo comportamento ha perso la vita insieme al figlio. Il film è tratto dal romanzo omonimo, premio Solinas 2007, di Guido Lombardi, che dirige e scrive anche la sceneggiatura insieme a Luca De Benedittis e Marco Guanfreda, e soffre di tutti i difetti che affliggono i film che vengono diretti e scritti (oltre che sceneggiati), dallo stesso autore. Che sembra incapace di notare quei difetti che sulla pagina scritta magari non risaltavano e invece colpiscono quando trasposti in immagini. Nel film, che pure non è tutto sbagliato, ci sono alcuni passaggi superflui, tutto deve essere spiegato e giustificato (ridondante anche la voce fuori campo nel finale), va bene che lo spettatore deve essere accompagnato per mano alla conclusione, ma qualcosa arriva a capirlo anche da solo. E comunque lascia a desiderare pesantemente anche quanto a plausibilità generale, (uno con un’auto carica di roba, si mette a girellare per i luoghi natali, lascia sistematicamente il figlio solo nella macchina e così via). Meglio aveva fatto Lombardi nei suoi film precedenti, soprattutto in Là-bas. Tolte tutte queste incongruenze, restando più asciutti ed essenziali, si sarebbe realizzato un film migliore. Ma il regista è giovane ed è solo al suo terzo lungometraggio e su una sceneggiatura meglio articolata, potrà in futuro fare di meglio. Riccardo Scamarcio si impegna in uno dei ruoli a lui congeniali, la carogna che però un pezzetto di cuore ancora ce l’ha, bravo il giovane Augusto Zazzaro, compare brevemente Massimo Popolizio ed è sempre un piacere. Con quel legame che sembra instaurarsi troppo in fretta fra due estranei, sul filo dell’Isola del tesoro di Stevenson, libro che Salvo sta leggendo, Lombardi ci sembra troppo ottimista, sul versante psicologico, perché pare che, pur nella negatività generale del padre, qualcosa di buono potrebbe passare. Ma, finzione a parte, temiamo che le cose siano meno semplici, che i danni supereranno i vantaggi e tali devastazioni emotive non mancheranno di lavorare, riflettendosi sulla vita del ragazzino. E questo blando ottimismo finale per noi è il difetto maggiore. Davvero è meglio un modello maschile così di nessun modello?

discutibile

6