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Il grande passo

Quell’enorme mistero volò

di

Quando si scrive il genere di un film, si può dire “commedia, malinconica”? Perché inquadrerebbe alla perfezione il tipo di storia che Antonio Padovan ci racconta nel suo ultimo film, Il grande passo, scritto insieme a Marco Pettenello, dopo Finché c’è Prosecco c’è speranza. Due fratellastri che non si sono mai frequentati, stesso sciagurato padre e madri diverse, si ritrovano in un’occasione inattesa. Dario (Giuseppe Battiston) ha cercato di far partire un razzo spaziale dalla sua cascina persa nella più depressa campagna veneta. Da Roma corre in suo soccorso Mario (Stefano Fresi), per evitargli un ricovero in una clinica psichiatrica, perché a tutti gli effetti Dario è il “matto” del paese, con la sua fissazione a voler andare sulla Luna, sgarbato e scostante con tutti. Poco alla volta fra i due si stabilisce un’intesa, nonostante la palese vena di follia che percorre Dario e la difficile gestione delle sue manie. Grazie alla gentile accettazione di Mario, i fratelli condividono ferite che risalgono all’infanzia, che però hanno lasciato strascichi diversi, perché diversamente hanno elaborato il lutto dell’abbandono paterno. Si può restare, lottando per non soccombere e si può desiderare solo di fuggire da un mondo tanto cattivo. Ma è così matto Dario nella sua ripulsa della piccineria dei suoi compaesani e non è troppo buono Mario, sempre a disposizione, sempre ligio alle regole? Riflettendo e mettendo insieme i pezzi, Mario si darà una risposta e agirà di conseguenza. Il grande passo è un film di una malinconia che non è facile trovare nel cinema italiano, la rassegnazione dei “diversi”, dei feriti dalla vita, di quelli che hanno elaborato e messo da parte (e su quelle macerie ci hanno costruito una vita), senza vittimismi a vita, e di quelli che ne hanno fatto ponte di lancio verso sogni impossibili. Nel rifiuto sereno di una figura paterna Mario ha trovato la sua salvezza, che per Dario invece è consistita nella negazione dell’abbandono, attaccandosi ferocemente ai pochi ricordi belli custoditi con ossessione. I nostri due “grandi” attori danno vita a una coppia di fratelli che resterà nel ricordo, in cui i due attori danno il loro meglio, con sobrietà, senza mai calcare la mano. Il vecchio padre indegno è Flavio Bucci, una breve apparizione, la sua ultima purtroppo, mentre l’innocuo avvocaticchio di paese è il solito lieve Roberto Citran.

Particolare, universale

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