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Il diritto di opporsi

“Basta guardarlo in faccia”

di

Il film Il diritto di opporsi, con il più bel titolo originale Just Mercy, racconta una storia vera. In Alabama, nel 1987 Walter McMillian (Jamie Foxx), un povero falegname nero con quel cognome che già fa meditare sulle sue lontane origini di schiavo, viene arrestato senza nessuna prova per l’uccisione di una ragazza bianca. L’intero caso è costruito per condannare velocemente McMillian e fare contenta l’opinione pubblica e lo sceriffo ricorre a una falsa testimonianza, rilasciata da un detenuto bianco per accorciarsi la pena. Nel 1990 del caso inizia a occuparsi Bryan Stevenson (Michael B. Jordan), giovane avvocato del Delaware laureato ad Harvard, che aveva fatto del sanare le ingiustizie lo scopo della sua vita (fondando in seguito la sua associazione Equal Justice Initiative), che per tre anni lotterà insieme alla collega Eva Ansley (Brie Larson) per ottenere giustizia, in mezzo a prevedibili minacce e intimidazioni da manuale. Paradossale che la vicenda si sia svolta a Monroeville, patria di quella Harper Lee, autrice di un romanzo divenuto mitico film, che trattava di un caso simile, Il buio oltre la siepe, anche lui ispirato a una storia vera. L’atmosfera del film rimanda a tempi precedenti le leggi anti-segregazione, così faticosamente imposte fra gli anni ’60 e ’70 e si dirà che di storie così ne abbiamo già viste tante, troppe, che l’interesse è un po’ scemato, almeno qui in Italia, dove si sa siamo buonissimi e non razzisti. E invece dal 1967, quando guardavamo indignati e increduli La calda notte dell’Ispettore Tibbs, le cose sono cambiate meno di quanto sembri. Abbiamo perfino avuto un presidente come Obama, guai a dire “nigger” e il politicamente corretto ha imperversato, ma la sostanza è ancora ben lontana dall’ideale e certe discriminazioni non sono certo finite, come dimostra nei giorni nostri l’epidemia di ammazzamenti di persone di colore durante semplici controlli della Polizia. Il fatto che la maggior parte della popolazione carceraria americana continui ad essere di pelle nera e che quindi ogni nero sia visto dalle forze dell’ordine come un potenziale delinquente, non costituisce scusante. Un discorso a parte andrebbe fatto sul perché tutte le minoranze approdate negli Stati Uniti abbiano finito per chiudersi in se stesse, trovando spesso solo nella delinquenza un modo per sopravvivere, dalla mafia italiana a quelle orientali, passando per irlandesi, latini, russi. Non va mai dimenticato che l’unica minoranza che non è approdata di sua volontà negli States è stata quella nera, perché ci è stata deportata per essere usata come manodopera gratuita. E di tutte è stata quella più e più a lungo massacrata. Quindi di tutte le persone di colore che negli anni sono state accusate e condannate, quante avranno avuto arresti legali, processi equi, avvocati validi? La storia ci ha mostrato numerosissimi casi di abusi, che si sono anche conclusi con esecuzioni mortali. Il film infatti, oltre che raccontare un caso esemplare di mala giustizia, di razzismo, è anche un manifesto contro la pena di morte, che tronca brutalmente ogni possibilità di revisione. Sui titoli di coda, come abitudine, vedremo le foto dei reali protagonisti, e come è andata avanti la loro vita (aspettare anche quando sembrerebbero finte). La regia sobria di Destin Daniel Cretton (Il castello di vetro) si mette al servizio della storia, perché mai come in questo caso più che lo stile conta avere portato questi fatti alla conoscenza del mondo. Cretton partecipa anche alla sceneggiatura insieme all’esordiente Andrew Lanham, a partire dal libro dello stesso avvocato protagonista, Just Mercy: a Story of Injustice and Redempion. Gli attori partecipano con convinzione di militanti. Per il protagonista, vero eroe nella lotta per i diritti della popolazione di colore, è stato scelto Michael B. Jordan, che ha sempre scelto con cura le sue partecipazioni, dopo la sua comparsa giovanile nella serie The Wire, lo abbiamo visto in Fruitvale Station, Black Panther e due Creed. Brie Larson è la sua coraggiosa collega, mentre Jamie Foxx, è la vittima predestinata. Qualcuno ha accusato il film di “manicheismo” e come potrebbe essere diversamente? Il diritto di opporsi è un film dichiaratamente militante e non può che raccontare come si sono svolti i reali fatti (doveva forse illustrare le “ragioni” dei bianchi?), facendoci riflettere su come tuttora stiano andando le cose. E così verremo a sapere che un compagno di braccio della morte di Walter, Anthony Ray Hinton, è stato rilasciato nel 2015 dopo 30 anni di ingiusta detenzione, di cui 28 passati nel braccio della morte. E ci ricorderemo che nel 2019 è stato riconosciuto un altro errore giudiziario, che ha tenuto in galera tre uomini innocenti, neri ovviamente, per 36 anni (in un altro caso, in Alabama, un nero è stato rilasciato dopo 36 anni, condannato all’ergastolo per aver rubato 50 dollari). E la serie Netflix, che consigliamo, They See Us, racconta di un drammatico caso che si è trascinato dal 1989 fino al 2002. Non va dimenticato che, dietro ogni caso come questo, resta un vero colpevole impunito, magari anche lui nero, magari però bianco. Quindi le cose vanno meglio, certo, ma l’uguaglianza di diritti è ancora lontana e negli stati del Sud un po’ di più. Almeno a difendere attivamente un nero, oggi può essere un altro nero. Un tempo sarebbe stato impensabile. Come avere un nero alla Presidenza.

Un legal drama reale

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