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Il colore della libertà

La storia è fatta di persone

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Gli anni ’60 possono venire ricordati per tanti bellissimi motivi, soprattutto per la rivoluzione culturale e di costume che aveva spazzato via le ragnatele di una società costruita per far diventare adulti i giovani più in fretta possibile, come se il loro stato fosse un fastidioso momento di passaggio prima di chinare la testa ed entrare nella società da persone serie e mature. Ma erano anche anni ben poco tolleranti verso le minoranze e con metodi che a vederli oggi un giovanissimo sarebbe incredulo. Il film Il colore della liberà parla infatti della piaga del razzismo, attraverso la figura di Bob Zellner, dal cui libro, The Wrong Side of Murder Creek, è tratta la sceneggiatura. Peccato per il titolo italiano, mal scelto (l’originale è Son of South), che oltretutto è uguale a quello del film su Mandela del 2007. Zellner è stato un coraggioso attivista per i diritti civili, unico bianco che in quel periodo manifestava a fianco dei neri contro la feroce segregazione razziale, che pur messa al bando dalla presidenza Kennedy, negli stati del Sud era ancora dominante e messa in atto con metodi violenti e incivili, nella totale impunità di chi commetteva veri e proprio crimini, al riparo del colore della propria pelle bianca. Siamo nel 1961 in Alabama (ma peggio ancora si stava in Georgia o nel Missouri), il giovane Bob, bianco e biondo, è figlio di un pastore metodista che il razzismo aveva espulso dalla propria vita, nonostante suo padre facesse parte del Klu Klux Klan (o forse proprio per quello). Per motivi di studio si avvicina ai movimenti di protesta dei neri (determinante un incontro con Rosa Parks) e lentamente si lascia coinvolgere sempre più nella lotta contro la segregazione. Mentre la famiglia assiste preoccupata ma solidale, il nonno lo ostacola e intimidisce, subisce l’attacco di un gruppo di ex amici d’infanzia e finisce per rischiare seriamente la vita a fianco degli aborriti “negri”. Il film è scritto e diretto da Barry Alexander Brown, già a fianco di Spike Lee per il montaggio di diversi suoi film. La sceneggiatura porta avanti in modo didascalico la narrazione, ma non per questo gli eventi narrati perdono forza. Perché è sempre lodevole realizzare opere che riassumano, che ricordino fatti che altrimenti finirebbero dimenticati, al di la delle varie celebrazioni, che spesso all’estero hanno poca eco. Diciamo che un film come questo o come Selma andrebbero mostrati anche oggi nelle scuole, più efficaci di qualunque lezione. Tutto questo vale anche se purtroppo Il colore della libertà soffre di una regia piatta, che si riflette anche sulle prestazioni degli attori, il cast giovane davvero scolastico, quello adulto di maniera, Julia Ormond fa l’attivista radical-chic e pure si spreca l’ultima apparizione di Brian Dennehy. Anche il doppiaggio italiano non aiuta. Eppure, nonostante la palese mancanza di vera tensione e lo sbiadito ritratto dei protagonisti, Il colore della verità resta uno di quei film che vorresti non dover più vedere, se non come reperto storico di un tempo in cui succedevano cose che con la civiltà non hanno niente a che fare, per spiegare a figli stupefatti le cose incredibili che succedevano negli anni ’60 del ventesimo secolo. Purtroppo non è finito niente, molte cose sono cambiate ma non tutte, il razzismo esiste ancora fortissimo, specie negli Stati Uniti, dove addirittura uno zoccolo duro di nostalgici del KKK trova ancora sponda in una parte del partito repubblicano e nell’Ex Presidente Trump. Quindi al di la della mediocrità del film, quanto a regia e interpretazioni, conta il ripasso di un periodo storico orrendo, vergognoso, che mette a disagio ogni volta che se ne ripercorrono gli avvenimenti e in questo senso, pur esponendo gli eventi come un Bignami scolastico, il film fa il suo lavoro. Per concludere in leggerezza, fa sorridere quante volte nel film sia dica l’aborrita parole con la N (nigger). Ma il film è prodotto da Spike Lee che aveva però stigmatizzato l’abuso della stessa nel film Django di Tarantino. E nel documentario QT8, Jamie Foxx scherzava sulla cosa, affermando che evidentemente Lee rivendica il diritto a essere l’unico a poter usare quel termine. Con Il colore della libertà ne abbiamo la conferma, Foxx ne riderà sicuramente.

Elementare ma divulgativo

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