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Il collezionista di carte

Non tutte le carte si possono contare

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Il collezionista di carte è il fuorviante titolo italiano per un film che si chiama The Card Counter, cioè colui che conta le carte, pratica vietatissima nei casinò e che, se individuata, costa l’immediata espulsione al colpevole. Will, il protagonista, è uno che le carte le conta, ma lo fa con discrezione, spostandosi spesso, accontentandosi di piccole vincite che gli consentono di mantenere una vita confortevole, da nomade senza legami, una città e un casinò diverso ogni settimana, talvolta ogni giorno. Come ha conseguito questa particolare dote? Applicandosi, studiando negli otto lunghi anni passati in galera. Dove Will è stato rinchiuso come punizione per essere stato uno dei torturatori di Abu Ghraib, individuato nei filmati fatti arrivare ai media, mentre i veri responsabili, i capi, quelli che impartivano le disposizioni, che si inventavano i supplizi, che aizzavano i propri sottoposti sono rimasti (come al solito) impuniti, perché “fuori campo”. Ma Will sa di essere un colpevole, sa di aver commesso atti orribili e prosegue nella sua vita sottotono, cercando di tenere a bada i sensi di colpa. Perché ciascuno sa nel fondo del suo cuore fin dove dovrebbe arrivare l’espiazione. Un giorno però incontra un ragazzo (Tye Sheridan), “danno collaterale” di quel mostruoso periodo, e comprende che quanto ha fatto finora non è stato abbastanza e che la vera espiazione è altra cosa. Un colpevole vero da punire ci sarebbe, e anche a portata di mano. Ma non è questo che avrebbe in mente Will. Tutti i suoi principi etici obbligatoriamente crolleranno, messo a diretto confronto con l’inadeguatezza dei suoi metodi. La conta delle carte su un tavolo di poker restituisce risultati precisi. E se si sbaglia si perde e si paga. Nella vita non è così preciso. Il collezionista di carte è un film scritto e diretto da Paul Schrader, grande moralista che persegue un suo preciso discorso dai tempi dei suoi primi film degli anni ’70. Tanto che il finale di questo film è sostanzialmente identico a quello di American Gigolo e Lo spacciatore. Personalmente potremmo dire che abbiamo capito il discorso e questa ripetitività ci lascia ormai freddi. Ma va detto che Schrader sa raccontare e dirigere così bene da far accettare anche la ripetitività. Unico neo, a nostro avviso, la scena nel sottofinale, che viene risolta fuori campo, mentre solo l’audio ci fa capire cosa avvenga, ma con una deriva leggermente grottesca. A lasciare però un buon ricordo complessivo, il film ha una descrizione di personaggi e luoghi di estrema efficacia, quei casinò dove fra le mille luci artificiali e i rumori delle slot macchine non è mai né giorno né notte, dove i protagonisti si aggirano solitari anche in mezzo alla folla e solo raramente scocca una scintilla di vera condivisione. Che poi è cosa che accade anche fuori dai casinò, nella vita che si definisce reale. Splendida l’interpretazione di Oscar Isaac, un attore il cui nome non è ancora ben noto alle masse degli spettatori, enigmatico e riluttante, impegnato a tenere chiuso dietro una facciata accuratamente costruita il suo passato ma anche il suo presente. Al suo fianco, redentrice salvifica sotto le vesti di una tentatrice negativa, l’assai interessante Tiffany Haddish, vista finora in film e serie tv inferiori al suo potenziale. Tye Sheridan è il vaso di coccio, mentre brevemente compare Willem Dafoe, che è l’ex capo che non ha pagato, non ha espiato. Splendida fotografia di Alexander Dynan e musiche evocative di Robert Levon Been, due comparti sempre curatissimi nei film di questo autore.

Imperfetto ma fascinoso

7