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Il Grande Gatsby: Recensione

di

Il sogno è una luce verde
Ruggivano gli anni '20, con la loro già allora insostenibile leggerezza, mentre l'America, dopo la cupezza della Prima Guerra Mondiale, si avvicinava danzando al baratro della Grande Depressione. Con l'incrollabile certezza in quella felicità garantita nella Costituzione, Jay Gatsby lotta da quando è ragazzo per riscattarsi dalle sue umili origini, per accumulare abbastanza denaro da poter essere accettato da quella "buona società" che lo ha sempre respinto e che lo ha allontanato dall'unico amore della sua vita, Daisy, troppo distante da lui nella scala sociale. Il narratore della vicenda è il giovane Nick Carraway, broker poco convinto nel boom di Wall Street, aspirante scrittore di buona famiglia ma calvinisticamente sobrio e moralista. Il giovane uomo viene ad abitare per un'estate a Long Island, in una casetta nei pressi dell'immensa villa di un misterioso proprietario, in cui ogni notte si tengono party sfrenati, veri baccanali affollati di quella fauna parassitaria che sempre gravita intorno ai ricconi.

Il proprietario è Gastby, che sa, con sicura fede, che prima o poi la sua fama richiamerà anche la bellissima Daisy, che abita di fronte a lui dall'altra parte della baia. E allora, finalmente, non ci saranno più ostacoli al loro amore. Ma nonostante la vita spericolata che ha condotto per diventare il miliardario che è, l'uomo è solo un sognatore, un illuso che imbroglia se stesso per non dover accettare la realtà: dopo la guerra, dopo tanti anni, nessuno è più lo stesso e la purezza originaria è lontana, perduta, sporcata dal denaro. Difficile per un visionario come Baz Luhrmann trovare progetti. E' dai tempi del poco riuscito Australia, del 2008, che il regista era alla ricerca di qualcosa degno della sua creatività, sui cui imprimere il suo marchio doc. Firma adesso la sua versione di un romanzo troppo noto e troppo amato, dopo una gestazione faticosa, con l'uscita rimandata più volte forse per problemi di budget (più di 130 milioni di dollari si dice), forse per rimaneggiamenti imposti. Nella confezione ricchissima, barocco-pop, in cui ogni fotogramma è saturo di dettagli e di luccichio (scenografia e costumi sono della moglie del regista, Catherine Martin), rischiano di perdere spessore i caratteri dei personaggi, mentre la bellezza della semplicità nella prosa di Fitzgerald si incarna nell'eccesso visivo del regista. Francis Scott Fitzgerald scriveva di un ambiente che era il suo, che ben conosceva, Luhrmann lo adatta al suo immaginario esteticamente sfrenato, nel contrasto che oppone un uomo profondamente romantico alla volgarità e al cinismo di chi vive in nome dei soldi. Come Dracula di Coppola, insomma, Gatsby di Luhrmann e se Nick è Fitzgerald, allora Luhrmann è Gatsby, con tutto il suo amore per l'eccesso e il suo sogno da "aussie". Determinante per il "transfert" è stata la scelta dei protagonisti. Leonardo Di Caprio offre un'ottima prova, attribuendo al suo personaggio tutta la sicumera dell'uomo di successo e la fragilità dell'innamorato, minato dalla sua "inguaribile propensione alla speranza", aggrappato alla forma perché insicuro sulla sua sostanza, sempre eccessivamente forbito e amabile, solo in mezzo a tutti. Tobey Maguire è perfetto nel ruolo di Nick, l'osservatore esterno compassato ma partecipe, complementare al carattere di colui che potrebbe diventare il suo migliore amico. Come se nei due personaggi si riflettessero le due anime americane, una legata alla morale calvinista, l'altra anticipatrice dello spreco dell'edonismo reaganiano. Con Carey Mulligan, poco espressiva, la sceneggiatura è più indulgente, perché la sua Daisy è meno futile, inutile e odiosa sia rispetto al romanzo, sia nel confronto con l'interpretazione che ne aveva dato Mia Farrow, nella versione cinematografica del 1974, a fianco di Robert Redford. Joel Edgerton è Tom, il ricchissimo marito di Daisy, il vero ricco fatuo, arrogante e traditore. Da tenere d'occhio la bella quasi-esordiente Elizabeth Debiki, che interpreta l'amica di famiglia Jordan, golfista snob, meno definita che nel romanzo. Più sacrificata dalla narrazione anche la coppia proletaria, composta da Isla Fisher, la volgare amante di Tom, e dal marito, Jason Clarke, il misero e umiliato meccanico, che saranno l'esca che farà deflagrare la situazione. Alcuni momenti sono memorabili, per la scelta musicale e la potenza scenografica alla quale la profondità di un 3D (da apprezzare in sale adeguate) aggiunge altra ricchezza visiva: la prima festa nella villa, con la spettacolare entrata in scena di Gatsby sulle note della Rapsody in Blue di Gershwin; la prima visita di Daisy alla magione dell'amato, in un'orgia di inutile bellezza, nell'enumerazione di quel lusso sfrenato accumulato ed esibito solo per lei, solo per i suoi occhi; la sequenza del mortale incidente in auto e tutta la parte finale, finalmente toccante. Splendida la selezione di canzoni, lungo le quali si snoda il film, sorretto anche dalla colonna sonora originale di Craig Armstrong. Jay-Z, di cui nel film si sente la bellissima No Church in the Wild, come produttore dell'album ha messo insieme Beyoncé e André 3000, Will.i.am, Fergie, Florence + the Machine, Emeli Sande, Sia, The XX, i Nero (con la bella Into the Past), Bryan Ferry (non poteva mancare) e poi Gotye con la sua Hearts a Mess (Pick apart the pieces of your heart and let me peer inside...) e la straziante Love Is Blindness di Jack White, ma su tutti domina il languore decadente di Lana Del Rey con la sua Young and Beautiful, che spesso echeggia. Il rischio dell'operazione è di mettere in secondo piano le riflessioni implicite nel romanzo, perché nella storia scritta da Fitzgerald si legge anche una critica alla potenza devastante della ricchezza, alle sirene del successo, che con l'inganno della promessa incantano chi è più in basso nella scala sociale, come il miraggio della luce verde in fondo al pontile di Daisy incanta Gastby. Ma la differenza fra il Sogno Americano e il semplice Sogno di rivalsa di un uomo in cerca della sua personale felicità è che il primo è sancito nella Costituzione, mentre più tristemente per il secondo non esiste certezza. E se fallisci, è sempre e solo colpa tua. Nella rappresentazione di Luhrmann la storia diventa puro, iperbolico spettacolo, la vita è il palcoscenico rutilante su cui si affannano le figure dei protagonisti, così che tutta la parabola di Gatsby finisce per ricordare i versi di un altro immortale: "La vita non è che un'ombra in cammino, un povero attore che si agita e si pavoneggia per un'ora sul palco e del quale poi non si sa più nulla. E' il racconto narrato da un idiota pieno di strepito e di furore, che non significa nulla".

Per amore, solo per amore

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