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Humandroid: Recensione

di

Ghost in a Shell

In una Johannesburg devastata dalla delinquenza più selvaggia, ai poliziotti vengono affiancati dei robot molto sofisticati ed efficienti, gli Scouts, obbedienti aiutanti da mandare avanti negli scontri a fuoco. Fornitrice del prodotto, con budget miliardario, è la ditta Tetra Vaal, al comando della cinica amministratrice (Sigourney Weaver), che per sostenere questi prodotti di ottimo rendimento ha accantonato il progetto di Vincent Moore (Hugh Jackman), che aveva creato un enorme robot da comandare attraverso un casco neuronale, troppo ingombrante e pesante però rispetto agli agili androidi inventati da Deon Wilson (Dev Patel), genio post-adolescente.

Questo scatena l'odio di Moore nei confronti di Deon, il quale però ha ben altre ambizioni. Ha infatti creato una versione più complessa della sua A. I., capace di apprendere ed evolversi di conseguenza, come un vero umano. Deon sottrae alla Tetra Vaal un robot danneggiato, chiamato Chappie, per fare i necessari esperimenti ma viene a sua volta derubato da un terzetto di violentissimi delinquenti di basso rango, che educano Chappie come fosse uno di loro. Ma buon sangue non mente, Chappie ha ricevuto un imprinting anche da Deon e così la sua natura ondeggia confusamente fra i due opposti, bersagliato da input contraddittori. Dopo molte drammatiche avventure, umani e robot, buoni e cattivi, arriveranno a una resa dei conti, nella quale si invertirà il ruolo artefice/creatura, padre/figlio. Sharlto Copley presta viso e corpo alla CG per impersonare il sensibile, indifeso, civile Chappie. Dev Patel si impegna positivamente in un ruolo di primo piano, dopo The Millionaire e la serie The Newsroom. I due delinquenti che diventano papino e mammina di Chappie sono affidati al pittoresco duo-rap sudafricano Die Antwoord, Ninja e ¥o-landi Vi$$er. Sigourney Weaver fa con la solita grinta la donna di potere. Quanto a Hugh Jackman, semplicemente non sopportiamo di vederlo fare il "cattivo", in un ruolo peraltro che è quello scritto peggio, nel quale si può leggere la figura di un dispotico padre-padrone che solo lui può comandare come burattini i propri "figli", privandoli della capacità di accrescere la propria conoscenza, diventando così soggetti responsabili. Ma si tratta di un altro dei temi interessanti che il film butta via. Humandroid si pone nel solco di tanti film e serie tv precedenti (qui in particolare vengono in mente le serie Real Humans e Almost Human, oltre che inevitabilmente Blade Runner e tanti altri film sempre citati quando si parla di intelligenza artificiale, da A.I. all'Uomo bicentenario, a Surrogetes e Wall-E e il recente Automata e l'inedito I Origins (e stiamo aspettando Ex-Machina), mentre il molto citato Corto circuito c'entra poco, piuttosto si può leggere un omaggio a Robocop. Neill Blomkamp, che dirige su una sceneggiatura scritta insieme alla moglie Terri Tatchell, sviluppando un corto del 2004, dice la sua sull'argomento con un'operina totalmente derivativa, senza l'intensità drammatica di District 9 e la visionarietà (almeno scenografica) di Elysium, mischiando temi alti a una narrazione comico/grottesca, che è quella che farà contento il pubblico più generalista, scontentando i nostalgici di prodotti di ben altro spessore, amanti dei temi che questi film hanno sempre trattato, ben più intriganti e suscettibili di sviluppi affascinanti. Siamo infatti tutti figli di un qualche padre, con la maiuscola o meno, che ci ha creati senza preoccuparsi del fatto che poi cesseremo di esistere, che ci ha plasmati a sua immagine e somiglianza, nel bene e nel male, con il rischio di essere scontento di noi, con il rischio di scontentarci. A questo argomento aggiungiamo che siamo diventati tanto bravi a riparare i corpi, come fossimo davvero fatti di parti meccaniche, ma non siamo ancora capaci di preservare la cosa più importante che muove quel guscio che è il corpo, facendogli compiere azioni abiette o gesti nobili, cioè l'anima. Humandroid è così più godibile nelle parti di commedia (l'educazione di Chappie alle regole del mondo dei gangsta/punk) e nelle sequenze d'azione, che nei momenti più filosofici, in cui la scoperta della limitatezza della propria esistenza getta Chappie nella più incredula disperazione, provocando la sua ribellione, il suo risentimento, nei confronti di colui che chiama il suo "creatore".

 

Godibile ma privo di spessore

6