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Hotel Gagarin

Lo spazio profondo non è fuori

di

Nella solita Italietta di imbroglioni, un sedicente produttore, per riuscire a giustificare un finanziamento UE deve mettere insieme una troupe cinematografica per girare un film. Il Ministro sceglie a caso la sceneggiatura di un frustrato professore (Battiston), incredulo davanti a tale grazia. Rastrella poi a caso uno spiantato elettricista (Amendola), un fotografo da strada con problemi da dipendenza (Argentero), una prostituta raccattata a un chiosco come protagonista e, a reggergli il gioco, una vecchia amica esperta in truffe (Bobulova). Tutti partono per l’Armenia, perché là è ambientata la storia, senza sapere che alla prima occasione, dopo aver accumulato qualche giustificativo per i fondi, saranno abbandonati là, mentre i due imbroglioni scapperanno con un po’ di grana in tasca. Tutto andrà diversamente, un conflitto armato locale li blocca nel vetusto ma ancora lussuoso Hotel Gagarin, nelle nevi di Sevan. Bloccati sul posto, divenuti delle celebrità locali, si improvviseranno realizzatori di sogni per la piccola enclave di contadini, mettendo per ciascuno su pellicola il rispettivo sogno. Perché è questo che sa fare il cinema. Non possono aspettarsi che la loro bontà virtuosamente farà in modo che anche le loro vite migliorino. Hotel Gagarin, diretto da Simone Spada e scritto insieme a Lorenzo Rossi Espagnet, si avvantaggia della recitazione contenuta di quasi tutti (Argentero, pur avvilito da pessima parrucca, è troppo bello per essere un poveraccio fallito). Bello pure il commento musicale. È una storia gentile, che affettuosamente accompagna i suoi personaggi lungo una strada che mai avrebbero intrapreso, restando invece a soffrire là dove sembrava loro di non avere scampo, alternativa. Fiabesca narrazione, è ovvio, eppure non sgradita, nel mare di farsesche rappresentazioni della realtà che le commedie italiane si compiacciono di esibirci, dove siamo tutti delle schifezze umane condannate a marcire nel nostro fango, incapaci di rialzarci e partire verso una diversa direzione. Finiti lontano da ogni rotta abituale, spersi in mezzo a luoghi e persone abissalmente diversi, troveranno la forza di tradurre in realtà una frase che nel film si attribuisce a Tolstoj: Se vuoi essere felice, comincia.

semplice, senza supponenza

7