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Honey Boy

Un’educazione siberiana a Hollywood

di

Uno dei vantaggi dell’essere attore è quello di poter partecipare alla messa in scena dei propri problemi, coma autori e interpreti di testi che ci riguardano da vicino, in una salvifica operazione terapeutica. Questo ha fatto Shia La Beouf, attore ex bambino prodigio (lavora da quando ha due anni nello show business). Raggiunge la celebrità, la supera, ma non regge la pressione, si droga, si ubriaca, schianta macchine. Alla fine, per sua fortuna, viene costretto a un periodo di riabilitazione e lì, come manovra terapeutica, è invitato a mettere per scritto il suo rapporto con il padre, radice di ogni suo male. Perché il papà di Shia era un ex clown da rodeo, al quale con notevole incoscienza lo aveva affidato la madre, che non poteva accudirlo nella sua carriera di attore minorenne. Peccato che il padre fosse uno di quei bipolari personaggi, di cui sono ricche le biografie di tanti personaggi noti, allevati da genitori che li hanno devastati ma anche resi fuori dal comune (dove sopravvissuti, è ovvio). James Lort era un fallito, che, stipendiato da Shia, sovraintendeva la nascente carriera di un piccino indifeso, da custodire in quanto fonte di reddito, da demolire per rifarsi degli errori della sua vita da quel violento puttaniere ubriacone che era. Spesso latitante o semplicemente distruttivo nei confronti del povero ragazzino, del quale in ambito lavorativo ugualmente non importava niente a nessuno, tutti pronti a sfruttarlo senza preoccuparsi minimamente di quello che succedeva quando lasciava gli studios. Il racconto doloroso di quegli anni diventa la sceneggiatura di questo film, che Shia fa dirigere ad Alma Har’el, interessante documentarista, che mette in scena la storia con uno stile che ricorda film come American Honey di Andrea Arnold (che vedeva fra gli interpreti proprio La Beouf) o Un sogno chiamato Florida. Shia si riserva ancora più catarticamente il ruolo del padre, mentre il se stesso ragazzino è il bravissimo Noah Jupe (Wonder, A Quiet Place, Le Mans ’66), affidato, da adulto, a un incontrollabile Lucas Hedges, entrambi attori in grandissima crescita. Honey Boy è un ottimo esempio di una forma di cinema-verità, mai indulgente, mai assolutorio, nella ricerca impossibile di un equilibrio fra l’amore e l’odio verso qualcuno che non ha saputo farci del bene, facendoci invece tanto male, dalla posizione privilegiata di chi dovrebbe essere il perno di una personalità, fonte di amore e sicurezza. Sotto questa luce, stupisce che La Boeuf sia ancora vivo.

toccante

7