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Hellboy

Mostri, ne avete?

di

Ma perché? Questa domanda risuona spesso nella mente di molti appassionati di cinema, spesso prima di vedere i film, a volte quando sono finiti, talvolta dopo solo qualche minuto di proiezione. Perché certe volte ci si interroga sulla necessità di riprendere un certo personaggio, una certa storia, altre ci si chiede come si sia potuto rovinarla tanto. Ogni tanto proprio subito si capisce che non stanno venendo bene. Questo è accaduto con prepotenza dopo 10/15 minuti dall’inizio della proiezione di Hellboy, dichiarato reboot di un personaggio, nato dai fumetti di Mike Mignola nel 1993 e portato due volte su grande schermo da Guillermo del Toro 2004 e 2008 con Ron Perlman, questa volta diretto da Neil Marshall, quello dell’inquietante The Descent e molte serie tv di buon livello. Pur interrogandoci sulla necessità dell’operazione, mai ci saremmo aspettati un mischione letale come questo. Mike Mignola, questa volta più coinvolto nella realizzazione che ai temi di Guillermo, ha dichiarato di avere attinto non solo da un’antologia del 2010, ma di aver anche pescato fra altri fumetti, confezionando un mix delle tante storie scritte nell’arco di 23 anni (era il caso di buttarle tutte qui dentro in un colpo solo?). E, non soddisfatto, aggiungendo anche altro materiale appositamente scritto. Ha così buttano nel pentolone talmente tanta roba da averne ricavato un minestrone stranamente insapore, ma indigesto, nonostante tutto lo splatter di cui ha infarcito la ricetta (compreso bacio di orrida strega con lingua e bava annesse). La trama (ammesso che alla fine gli sceneggiatori ancora la tenessero a mente), poteva essere lineare. Nella prefazione ci viene mostrata la triste sorte della poco amichevole strega Nimue (Milla Jovovich), che ha la peggio nella sua sfida con Re Artù e Merlino e finisce fatta a pezzi, ogni parte dispersa in un diverso angolo del mondo. Si passa poi al nostro eroe rosso e al suo difficile rapporto con il padre (Ian McShane), riprendendo velocemente l’origine di Hellboy, piccino scaturito dall’Inferno grazie a esperimenti paranormali dei Nazisti, ma divenuto paladino del bene grazie all’educazione “siberiana” impartita dal baldo papà, il Dottor Broom, cacciatore di assassini, fondatore dell’agenzia governativa per cui lavora, la B.P.R.D. (Bureau for Paranormal Research and Defense). Visto che la strega è riuscita a rimettere i suoi pezzi insieme e comprensibilmente arrabbiata, vuole distruggere l’Umanità, si scontrerà obbligatoriamente con il nostro paladino. Come da manuale, anche questa volta, pure sobillato dalla strega, Hellboy sarà percorso da qualche dubbio nella sua lotta contro il Male. In fondo lui non appartiene al nostro mondo, qui viene accettato come un utile freak, ma uccidendo i “mostri” dell’altro mondo si rende conto di combattere i suoi simili per difendere gli umani da lui diversi, irriconoscenti e immeritevoli, che lo vedono come un mostro a sua volta pericoloso e spesso tramano per farlo fuori. Quindi di materia ce n’era. Il problema è che forse incerto sulla tenuta della storia, lo sceneggiatore Andrew Cosby l’ha infarcita con una ridda di personaggi marginali, di sottorame, di “a parte” davvero stancanti, con continue irritanti divagazioni dalla trama principale e verbose spiegazioni. Si comincia con un pipistrellone vampiro, si passa a umani di una bizzarra organizzazione segreta che danno la caccia a giganti carnivori stile Jack the Giant Slayer. Intanto un cinghialone antropomorfo raccatta i pezzi della strega che vengono ricuciti insieme da orride vecchiacce sbavanti, mentre Hellboy incontra una giovane amica, ex piccina rapita da fate cattive diventata medium, alla quale fuoriescono dalla bocca ectoplasmi assai materiali. Poi arriva un agente di MI11 sfregiato da una belva mangiatrice di uomini (ma pur sempre fascinoso essendo Daniel Dae Kim). Durante un passaggio, Hellboy finisce pure in casa di Baba Yaga e poi risveglierà dal suo sonno Merlino e potrebbe estrarre la spada di Excalibur e volare su un drago stile GoT sui campi di battaglia. Inoltre a ogni angolo si scatenano demoni alati o meno, di ogni ma proprio ogni forma e dimensione in quantità industriale, più i mostriciattoli fedeli a Nimue, un’orgia di creature fantasiose per di più con una CG di livello non eccelso, che sono pretesto per scene di combattimento grondanti frattaglie. E non mancano pestilenze fulminanti e distruzione di Saint Paul e Londra devastata da mostri sanguinarissimi che escono dalle viscere della terra. What else? E chissà quanta roba ci siamo dimenticati, impossibile ricordarsi tutto. Quanto al cast, sotto il mascherone rosso sappiamo che c’è David Harbour (Stranger Things, The Newsroom), che almeno il physique du rôle ce l’ha, di suo è sui due metri di statura. Ma poteva essere in CG pure lui. La sua giovane aiutante è Sasha Lane, scoperta in American Honey di Andrea Arnold. Ruolo abituale per Ian McShane che resta comunque la cosa migliore del film. Milla Jovovich è lì perché è sempre bella e abituata agli horror. Thomas Haden Church compare all’inizio e alla fine, mascherato. Colonna sonora enfatica e canzoni aggiunte di rock e metal a pestare pesante. Nel finale si vede un dettaglio dell’amato Abe Sapiens, lasciando così intendere che ci sarà un sequel. Una delle due scene dei titoli di coda fa capire come avrebbe potuto essere il film se appena la si fosse toccata più leggera.

indigesto

5