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Hammamet

The Big C

di

Ha ancora senso stare a parlare di Bettino Craxi, nome che metà dei frequentatori dei siti su cui sarà pubblicata la recensione di Hammamet nemmeno conoscono bene? Ha senso rivangare una storia personale, una carriera politica finita con due condanne definitive e una fuga all’estero, se non se ne vuole fare un discorso storico approfondito? Ha senso mostrarci solo gli ultimi giorni di vita di un uomo malato, dopo la gloria iniziale? Per Gianni Amelio sì, e quindi libero lui e chi ha prodotto il film di darci questa visione. Ma liberi anche noi di dissentire. Dopo un’introduzione che ci mostra il Leader Maximo durante il Congresso all’Ansaldo, quello trionfale della famosa piramide di Panseca (chi non ricorda la “Milano da bere”), per quasi due ore staremo con Craxi e famiglia nel compound di Hammamet, dove era riparato dopo la sua fuga dall’Italia e dove risiedeva protetto dai suoi gorilla e da soldati del governo amico, peggio di un narcotrafficante. Con lui la moglie e la figlia e a distrarlo dalla noia della reclusione, qualche rara visita del figlio e di amici ed ex colleghi di potere dall’Italia, una rimpatriata sofferta con l’amante più importante, tutti contatti che acuivano il suo senso di emarginazione: “l’uomo forte” messo in condizione di non poter più agire. Craxi come ben si sa era malato di diabete e la degenerazione di questa malattia lo farà morire nel 2000 a 66 anni. Il film ci mostra le sue giornate, l’inedia, la frustrazione, l’arroganza di un uomo convinto di essere stato unica ingiusta vittima di un sistema che lui non aveva mai cercato di cambiare, ma “semplicemente” di mettere a profitto. Un colosso caduto, insomma, nelle intenzioni. Ma questo taglio narrativo ci trova ostili, non siamo disposti a farci impietosire dalla decadenza fisica, dall’umana parabola discendente di un personaggio che di tutta la sua acuta intelligenza avrebbe potuto fare ben altro uso che quello di “fare come facevano tutti”, cioè istituire un sistema capillare di tangenti, di corruzione diffusa, addirittura conclamata. Inoltre ad acuire l’insofferenza, Amelio sceglie di non dare a nessun personaggio un nome, solo la figlia viene chiamata Anita (invece di Stefania) e un paio di altri personaggi hanno nomi di fantasia, forse perché non si riferiscono con precisione a nessuno, ma sono un mix di personaggi. Volendo quindi fare un discorso generico sulla decadenza di un potente, sulla caduta di un Re, perché allora travestirlo accuratamente in modo da risultare un vero sosia di Bettino Craxi (nome che non sarà mai pronunciato)? Poco convincente è anche un altro filone della narrazione, quello che riguarda il figlio di un ex “compagno” in cerca di (forse) vendetta, che soggiorna da lui per un po’ di tempo. Amelio lamenta che su Craxi sia calato un silenzio tombale. Noi non ci lamentiamo altrettanto. Se il film scatena ampie perplessità, nulla di negativo si può però dire su Pierfrancesco Favino, che sotto un trucco impeccabile entra nel suo personaggio in una mimesi assoluta, con una recitazione talmente precisa da sembrare imitazione, senza per questo pensare di sminuire la sua impresa. Sia da bambini, sia da vecchi e pure malati, perfino i peggiori dittatori, i terroristi più fanatici, i serial killer più feroci, potrebbero essere ritratti con umana pietas, cercando di indurre indulgenza da parte del pubblico (limite di tante biografie viste nel passato, sulla Thatcher, su Nixon, su J. Edgar, su George W. Bush e perfino Hitler e Mussolini). Ma, a bilanciare questo modo di raccontare, bisognerebbe riflettere sull’effetto nefasto che certi personaggi hanno avuto durante il loro mandato, sui danni insomma che hanno provocato, su quanto la Storia con la esse maiuscola abbia sofferto per la loro presenza. Ovvio che chi ritenga l’uomo un martire sarà soddisfatto di questa narrazione, chi abbia minimamente conoscenza di quel periodo storico sarà meno condiscendente. Se poi si invoca la pietà cristiana, allora non stiamo parlando di cinema.

irritante

5