MovieSushi

Green Book

Il razzismo in salsa #metoo

di

Il film Green Book racconta una storia vera, così ci dicono. Diretto da Peter Farrelly, con la sua fama di anticonformismo, da una sceneggiatura scritta anche dal Nick Vallelonga, figlio di uno dei due protagonisti del film, Tony Lip, ci racconta il rapporto inizialmente ricco di attriti poi sempre più complice, per arrivare a vera decennale amicizia, fra due personaggi molto diversi. Nei primi anni ’60 Tony, buttafuori al Copacabana, costretto a trovarsi un lavoretto diverso per un paio di mesi, finisce a fare l’autista di un ricco pianista classico, inaspettatamente di colore, Don Shirley. Ben pagato dalla casa discografica, lo deve scarrozzare in un tour che parte dall’Iowa per addentrarsi nel profondo Sud, con ritorno a NY giusto in tempo per Natale. Fra mille piccole incomprensioni, la strada comincia a scorrere sotto le ruote e lo scenario cambia mano a mano che mutano le convinzioni politiche dell’ambiente circostante. Tony è un razzista all’acqua di rose, per abitudine, per pigrizia mentale, al quale la grettezza non impedisce inattese aperture mentali. Del resto gli anni di marciapiede come lavoratore nei locali notturni e la frequentazione con malavitosi, con cui è in buoni rapporti ma senza lasciarsi mai coinvolgere, gli hanno immesso nel carattere un’elasticità mentale che gli permetterà di assorbire molte nuove situazioni. Shirley dal canto suo è un caso umano pure lui, un artista dotatissimo, un giovane uomo assediato da un contesto prevalentemente ostile con cui ha deciso di non avere a che fare, che lo ha però irrigidito, un algido artista che vive al di fuori di ogni ambiente, diverso anche fra i suoi simili, perché ricco, apparentemente protetto. Vive in una spettacolare casa-museo, è schizzinoso e raffinato, non mangia pollo fritto per non sporcarsi le mani, disdegna la musica Black. Non si capisce perché abbia deciso di sporcarsi invece le mani in un simile tour. Negro Motorist Green Book era il titolo del libricino che conteneva le informazioni utili per viaggiare senza incidenti nell’America razzista di quegli anni, in Stati che ostinatamente si rifiutavano di aprirsi all’integrazione per cui premeva l’amministrazione Kennedy. Quali strade, hotel, quali ristoranti scegliere, per tenere il profilo appropriatamente basso. Il film è confezionato col bilancino, perché nello svolgersi del viaggio avvengono ritmicamente eventi negativi e postivi, i bianchi sono dei disgustosi bastardi razzisti o gente civile, ma anche fra i neri non ci sono solo brave persone. Ci sono poliziotti carogne e altri corretti. Sia Tony che Don compiono qualche imprudenza e si tirano vicendevolmente fuori dai guai. Ma anche nelle situazioni potenzialmente più pericolose, mai succedano cose davvero terribili. Alla fine Green Book è il solito buddy movie, l’ennesimo viaggio di formazione che avvicina gli opposti, una manierata e calibrata riproposizione di tutti gli stereotipi del razzismo made in USA anni ’60, per evitare di parlare di oggi. È curioso come un film si possa guardare piacevolmente e nello stesso tempo sentirsi irritati. La parte piacevole deriva dalla bravura dei due interpreti, entrambi alle prese con personaggi per loro inconsueti. Viggo Mortensen ha la panza da italoamericano afflitto da fame atavica, un bruto ragionevole, uno che sa sempre fare la cosa giusta al momento giusto. Ma è anche un buzzurro che si compiace della sua marginalità rispetto alle “buona società”, in quanto appartenente a un gruppo etnico pure lui emarginato dai Wasp, ma certo più forte dei neri. Mahershala Ali, attore che anche il grande pubblico sta imparando a conoscere, visto finora in ruoli da gangster o poliziotto, dopo essersi finalmente fatto notare in House of Cards in cui era un lobbista, qui dimagrito e assottigliato, è un plausibile pianista super chic. E suona il pianoforte come non avesse fatto altro nella vita. Peter Farrelly dal comodo anticonformismo di film come (agli albori e più di recente) Scemo più scemo, passando per Tutti pazzi per Mary, Amore a prima svista, Fratelli per la pelle, fa il carpiato sulla sponda opposta che opposta non è affatto, rientra tutto in un’illusione, con i primi film di essere politicamente scorretto, con questo di essere politicamente corretto. Il che dimostra che tanto è cambiato ma non tutto, se ancora si sente il bisogno di raccontare queste storie, ambientate in un passato accuratamente ricostruito in studio. Infatti crediamo che di vicende contemporanee altrettanto appuntite ce ne sarebbero, ma il messaggio sarebbe più politico, più urtante forse e quindi meglio astenersi. Meglio rifugiarsi nel passato, per mostrare come fossero ingiusti e spietati quei tempi, e se ne parla così, solo per far capire che oggi un cittadino civile si vergognerebbe a comportarsi in quei modi (a parte le leggi cambiate). Peccato che la vergogna oggi sia un sentimento che appartiene a pochissimi. Insomma, se mai si è definito un film furbo, Green Book è furbissimo. Vediamo alla notte degli Oscar in quanti abboccheranno a questo Indovina chi viene a cena del nuovo millennio (non esageriamo in negativo citando A spasso con Miss Daisy). Se avviciniamo il movimento Metoo a questo film è perché razzismo e discriminazione sono argomenti antichi come la razza umana, i pregiudizi contro donne, omosessuali o persone di colore non sono mai stati mai sconfitti. Però ormai sono diventati “di genere” e vengono trattati con una superficialità dannosa o con banalità, spostando il discorso in situazioni limite per rastrellare facile consenso, per non costringere a un esame di coscienza “contemporaneo”, mentre tutto è assai più sottile. Nel caso di Green Book inanellare una tale sequenza di ben costruiti nodi narrativi per arrivare a un edificante finale (davvero eccessivo quanto a melensaggine) non può non irritare.

Godibile ma fastidioso

6