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Gotti – Il primo Padrino

La banalità del male

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È arrivato sugli schermi italiani il film Gotti, con l’aggiunta nostrana della precisazione “Il prima padrino”, temendo forse una nazionale ignoranza riguardo al personaggio. Il film, già gravato da critiche negative in patria, non convince infatti, con un trattamento che non osa nemmeno ambire al mitico film di Coppola, ma si assesta nel filone alla Hoffa, o più ancora su F.I.S.T. film con Stallone già pure lui un flop. Ed è un peccato perché John Gotti è stato un personaggio davvero di rilievo nel suo ambito puramente delinquenziale, divenuto luogotenente del potentissimo e temutissimo clan Gambino, il più potente fra le cinque grandi famiglia mafiose americane di allora. Anche la sua vita privata è sfrondata da qualunque alone romantico, di dettagli narrativamente appassionanti alla Scorsese. Gotti viene descritto come un uomo “normale”, con la sua esistenza spesa solo a esercitare un potere sempre maggiore, a mettere in atto taglieggiamenti, estorsioni, soprusi, prevaricazioni in nome della violenza più cinica. Solita vita cioè da figlio di immigrati che solo nella delinquenza aveva trovato un riscatto, un classico Godfella dedito a traffici di ogni genere, al quale furti, estorsioni, usura e omicidi erano costati anni di galera. Galera dove è morto di cancro nel 2002 a soli 62 anni, osannato da folle di italoamericani che volevano vedere in lui un paladino del riscatto da un Potere mai amato, sempre subito, in un paese dal quale non si sono mai sentiti accettati. Il film è la conclusione di un progetto sfortunato, passato attraverso troppe mani di potenziali noti registi, riscritto da vari sceneggiatori, pensato per altri notissimi interpreti, un soggetto forse più adatto a una serie tv, perché affastella troppi personaggi non sufficientemente approfonditi e troppi eventi in troppo poco tempo. Alla fine è approdato nelle mani di Kevin Connolly, che ricordiamo come Eric nel gruppetto di protagonisti di Entourage, poi regista di serie tv e di commedie. A troneggiare come protagonista è arrivato John Travolta, vero mattatore nel ruolo del Padrino, con un trucco prostetico che non gli stravolge i lineamenti e gli concede anche un minimo di espressività, pur sotto una costante smorfia sprezzante. Ma la sua performance resta la cosa migliore del film. La sceneggiatura è di Leo Rossi, una lunga carriera da attore più che da scrittore, e Lem Dobbs (Dark City, Knockout, La regola del silenzio), dal quale ci aspettavamo di più, pur nella necessità di mantenere un tono sobrio, privo di ogni enfasi che rischiasse di elevare la statura drammatica dei personaggi. Indegni in effetti di ogni epicità, puri manovali del crimine, chi a un livello più alto chi più basso, tesi solo a tessere trame per il potere, come nella più squallida versione di Game of Thrones, dove tradimenti e uccisioni, di nemici ma anche di amici, di collaboratori e famigliari appena sfiorati dall’ombra del sospetto, sono all’ordine del giorno, per poter continuare ad accumulare soldi e potere. Inoltre Connolly sceglie di raccontare seguendo come filo conduttore un dialogo in carcere fra Gotti già operato di cancro e conscio che la fine è vicina, e il figlio John Junior, pronto a firmare un accordo di patteggiamento che gli avrebbe consentito, dopo qualche anno di galera, di vivere quella vita normale cui ambiva. Intorno a questa conversazione fiorisce una ridda di flashback, alcuni datati, altri no, confidando nella capacità dello spettatore di raccapezzarsi fra eventi avvenuti nell’arco di più di vent’anni solo grazie a dettagli del trucco, impresa ardua e faticosa, che oltretutto stronca qualunque tensione drammatica, spezzettando troppo l’irresistibile, sanguinosa ascesa del criminale, senza riuscire mai a suscitare una minima sympathy for the devil, che è il trucco per rendere interessanti le biografie dei delinquenti. Qui forse la preoccupazione di venir tacciati di apologia di mafioso è stata fatale.

Poco appassionante

6