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Goldstone

Non può andare che in un modo

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In una zona inospitale e desertica dell’Australia tutto ruota intorno alla locale miniera, il miserabile paesino, quattro baracche stile container compreso l’ufficio del Sindaco, una cinquantenne cinguettante e fasulla, e quello dello sceriffo, che è Josh, un giovane uomo tenuto al suo posto da subdoli “consigli di vita”. L’economia gira con i soldi che i lavoratori della miniera lasciano al bar, insieme agli addetti alla sicurezza, armati e minacciosi. Gli indigeni sono controllati da alcol o mazzette. La miniera si vuole espandere, perché l’arida zona è ricca di minerali, tutto deve avvenire in modo che la ricchezza resti per pochi e agli altri pochi spiccioli, cancellando le trecce di un’antica civiltà anche se primitiva, con il nulla della corsa allo sfruttamento, al profitto da portare però altrove. In quest’atmosfera omertosa e sempre sottilmente intimidatoria, è cresciuto Josh e si è rassegnato che quello sia l’unico mondo possibile. Ma tutto cambia quando nel paesino arriva un investigatore federale, Jay (che abbiamo già conosciuto nel precedente film di Sen, Mystery Road), un mezzo sangue, un uomo allo sbando ma deciso a portare a termine il suo incarico: trovare una ragazza cinese scomparsa. Perché all’orizzonte si intravede una delle attuali storie di schiavismo, un traffico di esseri umani. Entrambi i personaggi prenderanno coscienza, seppur diversamente, della loro situazione, del loro straniamento. Pur in un’ambientazione geograficamente e climaticamente opposta, il film Goldstone, scritto, fotografato, montato e diretto da Ivan Sen, anche lui di origini aborigene, che anche scrive la bella colonna sonora, ricorda le storie di frontiera di Taylor Sheridan. Perché è ambientato in quei luoghi sconfinati e vuoti, in cui l’animo si perde, dove l’essere umano smarrisce ogni capacità di controllare la propria crudeltà, e la violenza si espande come un virus. Goldstone, che è un film del 2016, trova solo ora una distribuzione, a ridosso di ferragosto, ed è un peccato perché, pur con qualche forzatura sul versante action, è degno di una visione, un western noir di una frontiera devastata, ambientato in una terra saccheggiata, morta, corrotta, degradata, di una desolazione che contagia chi ci abita. Gli interpreti sono tutti australiani, Alex Russell è Josh (lo sceriffo senza stella), visto nella serie S.W.A.T. mentre Jay è interpretato da Aaron Pedersen, attore dalla lunga carriera, ma locale. Jacki Weaver, indimenticata madre criminale di Animal Kingdom, è sempre perfetta per ruoli ambigui e David Wenham ha un personaggio che ricorda quello della serie tv Top of The Lake. Il film è stato girato nel Queensland, in un paesino microscopico di cui la lavorazione del film ha per un momento risollevato l’economia, impiegando sul set qualche abitante. Segnaliamo che due scene sono ambientate nel canyon di Cobbold Gorge, di spettacolare bellezza e pulizia. Nel film compare il famoso David Gulpilil, uomo dalla vita privata turbolenta, attore-feticcio per i registi che hanno voluto raccontare storie di un territorio che ha subito violenze alla pari di quelle dei nativi americani, spazzati via dall’occupazione dei “bianchi”, che tanto per non perdere l’allenamento hanno sfruttato anche altre etnie, come i cinesi che fin dalla prima metà dell’800 arrivavano in Australia cerca di un futuro migliore della miseria delle loro campagne. Per trovare un’altra miseria, arida e accecante. Tanti hanno proseguito verso Lamerica, per fare, almeno in quegli anni, la stessa fine.

dal sangue non nascono i fiori

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