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Gli anni più belli

E io tra di voi

di

Quali sono gli anni più belli in una vita? Per ciascuno la risposta sarà diversa, certo in generale gli anni più belli sembrano essere quelli in cui c’è la promessa di un futuro, la speranza che i nostri progetti non finiscano per essere solo sogni ma si concretizzino in fatti. E mentre ci districhiamo dalla gioventù e cresciamo, abbiamo a fianco gli amici, gli amori, qualche volta in modo confuso, intrecciato. Il nuovo film di Gabriele Muccino racconta quattro vite, dai 18 anni fino a oltre la cinquantina di tre amici e una ragazza: Giulio (Pierfrancesco Favino), Paolo (Kim Rossi Stuart), Riccardo (Claudio Santamaria) e Gemma (Micaela Ramazzotti), che si vorranno molto bene, si ameranno e si faranno male e rischieranno di arrivare tutti alla maturità da soli. Per la gioventù dei protagonisti si sono scelti quattro giovani attori, mentre verso i vent’anni compaiono le facce dei noti attori, per un po’ ringiovaniti al computer e poi con il loro reale aspetto. Gli anni più belli è una storia corale che passa dai primi anni ’80 ai giorni nostri, con le vite influenzate dagli eventi storici che scorrono in sottofondo, con i nostri fatti politici che sempre promettono quel cambiamento che mai c’è stato, forse mai ci sarà, con la promessa di una felicità che non sembra arrivare mai. E allora come si sopravvive? Adattandosi a colpi di compromessi, affermando anche a se stessi che quella era l’unica scelta possibile (Giulio)? Restando fedeli a se stessi anche a prezzo di qualche grave perdita, senza mai sentirsi vittime, senza accusare sempre “gli altri” (Paolo)? Oppure agitandosi e additando la società, la famiglia, gli “altri” in generale delle proprie debolezze, degli errori commessi, senza mai tentare una svolta, rimandando sempre un cambiamento inevitabile (Riccardo)? Rassegnandosi al ritratto che altri ci hanno cucito addosso, mentre noi per debolezza (per danni già ricevuti) glielo lasciavamo fare, e scivolare lungo una strada sbagliata, senza provare una reazione (Gemma)? E allora non sarà che gli anni più belli sono proprio quelli in cui siamo usciti dalla confusione (dallo slancio) della giovinezza e approdiamo a un’età più matura, più riflessiva? Muccino non lascia mai cose da intuire, lui mostra, spiega (i protagonisti spesso si rivolgono direttamente allo spettatore), anche troppo talvolta. Ma nel ritratto di questo gruppo di persone si intuisce un’autenticità, pur all’interno della tipizzazione dei caratteri. E al netto di alcuni suoi vezzi, l’eccesso di rumorosa gioia di vivere dei protagonisti da giovani, le solite urla quando si litiga, c’è qualche sequenza davvero bella, fra cui quella della corsa sulla scala di Gemma, un “what if” immaginario di uno dei protagonisti. Senza nessuna offesa, oggi quello di Gabriele Muccino si può definire cinema nazional-popolare, storie di amori, di amicizia, di sentimenti, ed è indubbio che sappia come dirigere le sue storie, nella forma. Storie che come già dicevamo anni fa si presterebbero molto a un trattamento sotto forma di serie tv. Nella sostanza però le sue narrazioni paradossalmente non riescono mai a farsi universali, a toccare davvero il cuore di chi guarda, a coinvolgerlo nelle ambasce dei personaggi. Che non sono mai le solite figurine di tanto altro cinema, perché in ciascun personaggio c’è qualcosa di vero, di riconoscibile universalmente, eppure qualcosa manca sempre. Alla fine non riesce a dire nulla di nuovo o di originale, mentre tratta personaggi e contesti ampiamente sfruttati da una quantità di altri film, pur orchestrando bene l’insieme, sempre con cast di tutto rispetto. Abbiamo capito, dopo tante storie, che più dell’amore conta l’amicizia e (altra critica che gli viene spesso mossa) sono amicizie virili, fra uomini (infatti spesso i personaggi femminili sono i peggio scritti). Ma Muccino scrive di quello che sa, che ha vissuto. Poi starà a ogni spettatore condividere, gradire e rifiutare il suo punto di vista. Che è cosa che accade con tanti altri autori. Colonna sonora di Nicola Piovani e varie canzoni lungo il corso degli anni (e pure Puccini), fra cui spiccano però, per come sono inserite nella trama, due di Claudio Baglioni, che ha composto anche l’inedito sui titoli di coda. Nazionalpopolare anche lui, che però ha saputo, nei suoi testi, raccontare con precisione squarci sentimentali come pochi. Molti paragoni sono stati fatti fra questo film e altri grandi classici (come inevitabilmente C’eravamo tanto amati), ma sono impropri, siamo in altri tempi, altra politica e altri vissuti. Forse è proprio la minore epicità di queste esistenze a renderle così poco appassionanti.

Accettabile, non travolgente

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