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Genius: Recensione

di

 Stay Simple

Un genio, per definizione, è una persona dotata di ingegno superiore. Ma il genio può essere anche un essere immaginario con la capacità di influenzare eventi della vita, una specie di spirito superiore, buono o cattivo, che guida gli esseri umani. Il film Genius ha due protagonisti e queste due diverse definizioni si possono attribuire a entrambi e non solo ad uno di essi, come si potrebbe superficialmente pensare. A New York sulla fine degli ancora ruggenti anni '20, in mezzo a grandi differenze di classe e prossimi alla Grande Depressione, il celeberrimo editor della Scribner's Son era un personaggio molto particolare.

Maxwell Perkins era il tramite fra la vena creativa di autori come Hemingway e Scott Fitzgerald e la stesura finale di romanzi, che sotto la sua supervisione erano diventati i capolavori che sappiamo. Finché non incontra Thomas Wolfe (da non confondere con più noto Tom Wolfe, mondano autore di Il falò delle vanità), che respinto da tutte le altre case editrici, approda disperato alla sua scrivania con il suo romanzo di oltre mille pagine che diventerà Angelo, guarda il passato. Conquistato immediatamente dalla potenza creativa di Wolfe, Perkins comprende però la fragilità della sua natura e decide di accompagnarlo quasi per mano su una strada che gli avrebbe garantito il successo, non a scapito della qualità. Affianca così l'emotivo autore in un lavoro di contenimento dell'inarrestabile flusso creativo, di limatura, di tagli insomma, arrivando a correre il rischio di snaturare, secondo alcuni, l'opera originale. Anche Wolfe alla fine cadrà in questa trappola, il loro rapporto ne risentirà e, lasciato in balia di se stesso, Wolfe si avvierà verso l'autodistruzione. Colin Firth riveste con tutta la sua sublime coolness il personaggio dell'algido Maxwell Perkins, l'uomo perennemente con il cappello, abituato, anche nella vita privata a non lasciare mai trasparire i sentimenti. Jude Law si butta nel suo febbrile Thomas Wolfe (pare che la prima scelta fosse Fassbender), uomo eccessivamente vorace di vita, logorroico anche artisticamente. Genius parla di persone ma soprattutto di processi creativi e della loro attuazione e fa riflettere sull'importanza di un personaggio come l'editor e sul peso che il suo intervento può avere sull'opera finale. Che alla fine a chi appartiene veramente in toto? Si tratta di figure professionali ignorate e interessanti sono le riflessioni che la storia suscita (anche in campo cinematografico ci sono stati casi di produttori capaci di quel taglio di montaggio che era sfuggito al regista e che ha grandemente giovato al film). Genius è un film molto ben ambientato, anche storicamente (è forte il discorso sulla discriminazione che le donne allora subivano, anche da personaggi culturalmente progrediti ma maschilisti fino all'osso), con ritratti calligrafici anche di Fitzgerald (il sempre ottimo Guy Pearce), e Hemingway (Dominic West), ma che non coinvolge più di tanto, perché di ritratti questo genere ne abbiamo visti già tanti (qui è "genio e sregolatezza" all'ennesima potenza). Il film potrebbe interessare gli spettatori comuni per la convinta performance dei due divi e gli addetti ai lavori che ben conoscono i rischi del mestiere (l'editor non c'entra nulla con il ghost writer). Michael Grandage, celebre autore teatrale, riadatta per il grande schermo la biografia scritta da Scott Berg dal titolo Max Perkins: editor of Genius, su sceneggiatura di John Logan (Gladiatior, The Aviator, Skyfall e Spectre) e gioca su un classico dualismo, due opposti che si piacciono, un uomo freddo, responsabile e razionale contro un vulcano di vitalità autolesionista. Lo sregolato Wolfe era alla ricerca di una figura paterna, dalla quale però poi affrancarsi, così come dall'amata compagna, artista pure lei (Nicole Kidman), l'irregimentato Perkins era desideroso di colloquiare con un surrogato di quel figlio maschio di cui sentiva la mancanza, estraniandosi da una famiglia pur amata ma composta solo da figure femminili (Laura Linney è la consorte). Entrambi però erano ossessionati dal lavoro e, come spesso abbiamo constatato, a grandi sensibilità artistiche corrispondono spesso capacità di empatia umana bassissime. Visto il tema e il "gruppo di lavoro" all'opera, ci aspettavamo qualcosa di più di un compito diligentemente eseguito, qualcosa di più originale nella lettura dei personaggi, al di sopra di un'attenta ricostruzione della poco nota vicenda.

 

 

freddo

6