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Free State of Jones: Recensione

di

 Liberi mai

 Di sogni si può vivere, per un sogno si può lottare e morire, e se quel sogno tale permane, qualcosa forse resterà a non rendere vana la fatica, le sofferenze di chi lo aveva sognato. Liricamente questo si può dire di Newton Knight, personaggio realmente esistito, la cui vita viene ripercorsa nel film Free State of Jones, che definiremmo di impegno civile più che di intrattenimento.

Infermiere di trincea nella macelleria della Guerra di secessione, sulla sponda dei confederati schiavisti, Newt si disgusta oltre che della violenza in generale, del classismo, della discriminazione che non divideva solo bianchi e neri ma anche e forse soprattutto bianchi troppo ricchi da bianchi troppo poveri, che venivano angariati e saccheggiati dalla soldataglia agli ordini della solita classe dirigente, che comandava senza esporsi per proteggere sempre e soprattutto i propri interessi (scordiamoci personaggi alla Via col vento). Newt diserta e inizia una vita da ricercato che lo porta insieme ad altri simili ma non uguali (i neri fuggiti dalle piantagioni) a riparare nell'ambiente ostile delle paludi del Mississippi. Inizia una vita da Robin Hood, alla testa di un piccolo esercito di ribelli saccheggia i convogli militari, ampliando la zona sotto la sua influenza. Senza nemmeno l'aiuto dei Nordisti, che non lo riconoscevano come alleato, Newt si impegna in una guerra civile dentro la grande Guerra civile, non nordisti contro sudisti ma sudisti poveri contro sudisti ricchi. Una volta conquistate tre contee a sud est del Mississippi dopo un'epica battaglia a Ellisville nel 1864, crea la libera contea di Jones, di cui dichiara l'indipendenza e per la quale viene redatta perfino una carta dei diritti di stampo cristiano/socialista.  Finita la guerra, come ben sappiamo ma spesso dimentichiamo, la discriminazione razziale è ben lungi dall'essere sopita. Dopo i 40 acri e un mulo garantiti da Lincoln, seguono tempi di nuovo difficili, in cui i latifondisti schiavisti possono tornare in possesso delle loro proprietà dopo un semplice giuramento di fedeltà. E ricomincia il rastrellamento di neri "assunti" per una forma nuova di schiavitù, denominata elegantemente "apprendistato". Arriverà il voto per la gente di colore ma se ricordiamo anche solo i fatti narrati in Mississippi Burning, di cento anni successivi, si sa cosa aspettarsi. Del resto il film intreccia la narrazione delle avventure dell'incrollabile Newt Knight con le fasi di un processo che sta avvenendo nella stessa zona ottantacinque anni dopo. In questo processo un uomo, lontano discendente di Newt, che aveva avuto un figlio dalla propria compagna di colore, viene condannato per essersi sposato con una donna bianca. L'uomo aveva infatti una percentuale di sangue "nero" nelle vene e questo bastava per diventare un fuorilegge, per le leggi di allora. Matthew McConaughey, che porta tutto il film sulle sue convinte spalle, dopo anni di ruoli che gli hanno dato notorietà ma anche hanno contribuito a creargli la fama di attore-cane, continua a prendersi le sue soddisfazioni, godendo nell'imbruttirsi, girando però finalmente film nei quali crede. E ai quali aderisce con enorme impegno, con un coinvolgimento davvero encomiabile, un'efficacia e una sobrietà che ormai gli sono riconosciute anche dai detrattori del passato. Splendide le musiche di Nick Cave e Warren Ellis, sui titoli di coda I'm Crying di Lucinda Williams.  Gary Ross (Pleasantville, Seabiscuit, Hunger Games) scrive e dirige un film istruttivo, informativo, che probabilmente dovrebbe essere visto ancora più in patria che all'estero. Ma il fatto che proprio in patria sia stato un flop la dice lunga. Ad una prima parte più appassionante, segue una seconda, dedicata al dopo guerra, dove per necessità si devono affastellare molti fatti (il film dura 139 minuti), ma nel complesso ne vale la pena, anche se si esce dalla visione alquanto abbattuti. Non cambia mai molto, povero Newt e poveri i tanti che si sono sacrificati nella speranza di rompere questa catena, se pensiamo all'appoggio entusiastico del Ku Klux Klan al nuovo presidente, come non provare sconforto. L'anima razzista quella sì veramente nera degli States è sempre lì, che cova sotto le ceneri nonostante una presidenza "di colore" lunga ben due mandati. Non si può, non si deve mai smettere di lottare, la storia non concede pause di rilassamento. In qualche modo siamo sempre "i negri" di qualcuno, qualcuno che ci sfrutta, che non ci rispetta, che ci fa morire di fame o ci manda a morire combattendo per lui. Insomma oggi come oggi, molti si potrebbero definire "i negri" di Trump.

 

 

 

istruttivo

7