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Free Fire

Uno “Sparatutti”

di
Boston, anni ’70. Un gruppetto di loschi figuri si ritrova in un isolato capannone abbandonato per concludere uno scambio di armi, gente dell’IRA i compratori, trafficanti di armi gli altri, più un paio di intermediari/garanti. Solita valigetta di contanti contro solite cassette ripiene di AK47. Quelli dell’IRA sono glaciali professionisti, con un paio di aiutanti locali invece poco affidabili, i venditori di armi sembrano meno impeccabili (c’è un sudafricano che blatera troppo), più sobri i due garanti, uno dei quali è una ragazza. Tutto sembra scorrere liscio, pur nell’immancabile tensione, ma una frizione fra due membri minori del gruppo fa esplodere un conflitto. Sarà sparatoria da assedio in trincea, con i protagonisti che si frantumano in gruppetti, separati dalle architetture fatiscenti del luogo, bloccati a terra fra blocchi di cemento, qualche paratia di legno e le due auto a fare da fragile scudo, a strisciare nella polvere e nel fango sparacchiandosi addosso a caso, crivellandosi di colpi non mortali che però poco alla volta minano la loro resistenza, la loro lucidità. Ad un certo punto arrivano dall’esterno due misteriosi cecchini e così la forza di fuoco aumenta. Alla fine nessuno (figurarsi lo spettatore) si ricorda chi ha sparato a chi nel caos che ne consegue, in una lotta alla sopravvivenza che finirà per far dimenticare armi e soldi. Ma non a tutti… Fra i personaggi coinvolti, tutti ritagliati in base a precise tipologie di genere, riconosciamo attori come Cillian Murphy (il capo degli irlandesi); Sharlto Copley che si diverte ad accentuare il suo accento sud africano, che nel film viene scambiato per svizzero, dettaglio spassoso che nel doppiaggio si perde del tutto (rendendo incongruo uno scambio di battute); sempre molto cool Armie Hammer, che fa il poco garantista garante insieme a Brie Larson, che è l’unico personaggio femminile. Sam Riley è la miccia che fa detonare l’impasto, un drogato inaffidabile che sbaruffa mortalmente con un capelluto Jack Reynor. Anche nei ruoli minori ci sono facce note. Per mandare avanti un film che comincia con mezz’ora di chiacchiere durante una trattativa per uno scambio di armi fra due gruppi di non meglio precisati balordi, non basta pensare di essere Tarantino. E neppure citare il tanto citato cinema degli anni ’70 è sufficiente (fra i produttori si nota Martin Scorsese), neanche pensare di essere Walter Hill aiuta. Ci vuole qualcosa di più e per un po’ Free Fire sembra non averlo. Eppure alla fine non tutto è da buttare in questo film, diretto da Ben Wheatley, dopo il mai distribuito High Rise con Tom Hiddleston, che scrive la storia insieme alla compagna Amy Jump. Free Fire ingrana la marcia dopo una buona mezz’ora, mettendo tutti i suoi personaggi in orizzontale e tenendoceli fino alla fine, a strisciare e contorcersi sotto la pioggia di pallottole, schegge, sassi, pietrisco e soprattutto vale la pena aspettare l’ultima mezz’ora, quando davvero la mortale rissa arriva al dunque. E vale la pena avere pazienza perché l’ultima mezz’ora riscatta il poco allettante inizio e una parte centrale migliore ma un po’ monotona. L’intento citazionista di cui sopra si ravvisa anche nella scelta delle due canzoni principali Run to the Jungle dei Creedence Clearwater Revival e un paio di evergreen di John Denver, la cui romantica anima country fa volutamente a pugni con un paio di situazioni di impronta ben diversa. Ma si sa, anche i duri hanno un cuore, vulnerabile, sparabile.
 

Non male, alla fine

6