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Florence Foster Jenkins: Recensione

di

 La musica nel cuore

New York, 1944. La dama dell'alta società Florence Foster Jenkins ha come insopprimibile passione la musica. Fra gli amici più cari annovera personaggi del calibro di Arturo Toscanini e del direttore della Carnegie Hall. Da vera mecenate, oltre a questi amici, finanzia generosamente varie associazioni di melomani, alla cui attività partecipa con fervore, concedendosi in saltuarie esibizioni di canto, spaziando nel repertorio più classico da soprano.

Peccato che sia atrocemente, ridicolmente stonata, i suoi acuti sono come gracchiare di cornacchie, i suoi fraseggi sembrano i sussulti di una gallina agonizzante. Ma nessuno pensa minimamente a criticarla, a farle notare i suoi difetti, a distoglierla da esibizioni pubbliche. Perché Florence è effettivamente una gallina, ma dalle uova d'oro, e compiacerla sembra il mestiere preferito di tutti quelli che le ruotano intorno, per raccogliere i suoi favori. E non sono pochi, a cominciare dal marito, St. Clair Bayfiled, un dandy decaduto che nella dama ha trovato la chiave per accedere a quella High Society nella quale mai avrebbe potuto sognare di entrare, da squattrinato gentleman inglese quale era. E tutto questo in cambio di solo affetto (niente sesso fra i due, di comune accordo) e approvazione, protezione, sostegno. Nessuno aveva interessa a smontare il castello di illusioni della munifica dama, si cercava di compiacerla, ma con indulgenza, di limitare i danni, di non deprimere la passione più grande di una donna in fondo tenerissima e vulnerabile. Florence, divenuta ricchissima alla morte del padre, per di più lottava contro la sifilide contratta più di 50 anni prima, dopo un'infausta fuga per amore con il futuro marito, proprio colui che l'aveva infettata. L'affettuoso castello di protettive bugie sembra sul punto di crollare, quando Florence, ormai ultra settantenne, decide di esibirsi alla Carnegie Hall, in un concerto gratuito a sostegno dei soldati, nella convinzione che solo l'arte, la bellezza salveranno il mondo. St. Clair si rende conto che non riuscirà a tenere in piedi il muro che ha eretto a protezione della sua compagna. Florence pagava ma senza alterigia, senza l'intenzione di "comprare" il mondo, concentrata solo su una specie di sua voce interiore, intonata, limpida, squillante, che era quella della sua passione e non quella che la natura le faceva emettere. Come tanti grandi ricchi era ignara del mondo reale, una specie di Blanche Dubois che per sempre crederà nella gentilezza di chi la circonda. E il mondo l'ha ricambiata. Per una volta insomma si dipinge un giro di predatori ma predatori gentili, che in cambio del denaro che recuperava a sua volta qualcosa concedeva. Impagabile la grazia con cui St. Clair (un ottimo Hugh Grant, davvero redivivo) volteggia protettivo intorno alla sua "Bunny", amatissima nonostante tutto, mentre conduce una doppia vita autorizzata, sempre però cercando di non ferire la consorte (sarebbe fulgido esempio per tante intransigenti coppie di oggi). Splendida l'interpretazione di Meryl Streep, che stona atrocemente nei suoi gracchianti fraseggi. Delizioso il personaggio del pianista Cosme Mcmoon, affidato a Simon Helberg (Wolowitz di The Big Bang Theory), stralunato accompagnatore e coach della dama, incredulo inizialmente e poi sempre più solidale, rapito dalla follia dell'ambiente. Assai ben scelto il gruppo dei comprimari. Tratto da una storia vera, Florence Foster Jenkins, è il remake di Marguerite, film francese del 2015, ma più aderente alla realtà. Stephen Frears dirige un delizioso film in costume (stupendi fotografia, scenografia e costumi), una storia d'amore memorabile, un divertissement quasi commovente.

 

 

Un’opera non solo buffa

7