MovieSushi

Figli

Resistere, resistere

di

Abbiamo detto tante volte che nessun regista può salvare una storia insufficiente, mentre di una bella storia pur rovinata da un regista incapace (o da attori cani) si può ugualmente apprezzare il valore. Nel caso di Figli, film diretto da Giuseppe Bonito, dopo Pulce non c’è e L’Arminuta, la regia professionale ma senza voli artistici mette in scena un testo scritto da Mattia Torre, morto assai prematuramente a 47 anni, autore di sceneggiature di film e serie tv, di libri e pièce teatrali, noto soprattutto per il fenomeno Boris (insieme a Vendruscolo e Ciarrapico). E qui sta la differenza. Perché in fondo quello che Figli ci racconta, ce lo hanno raccontato tanti altri, tante altre volte e magari ogni volta il regista ha fatto il suo lavoro onestamente. Cosa lo rende allora un film piacevolissimo, che fa ridere (di se stessi e degli altri) eppure ogni tanto tocca il cuore, con qualche piccolo attimo di amarezza, di malinconia, che ci rende così partecipi della vicenda umana dei due protagonisti? Nicola e Sara sono due che si sono molto amati e sposati e che poi hanno fatto una bella e brava ragazzina. Lei lavora per un’agenzia che fa certificazioni di “sanità” dei locali e gliene capitano di ogni, lui ha un piccolo locale condotto con amore, dove ogni cliente è un caso umano. Ma un bel giorno, arriva un altro figlio (distrazioni che accadono) e tutto cambia, perché il peso della famiglia aumenta in modo abnorme, mettendo a dura prova i genitori e la figlioletta. Un figlio più un figlio, dice il film, non fa 2, fa 11. E così Mattia Torre ci racconta le quotidiane disavventure da niente della famigliola, quelle cose che tutti i genitori hanno sperimentato (e chi non lo sia. le ha sentite raccontare), ma lo fa con humor, con tenerezza, con ironia, con una “autorialità” che rende il film diverso da tante commedie similari viste in passato (pochi come Torre sapevano usare i luoghi comuni con tanto spirito). Perché quasi senza farcene accorgere, la sceneggiatura non si accontenta di mettere in fila avventure e disavventure scontate, pur se raccontante con vivacità, ma vira leggermente in un’altra direzione, che è quella che fa la famosa differenza. E riesce a fare sì che si rida mentre ci si riconosce, senza quel meccanismo per cui si ride degli altri (della pagliuzza) e non si vede che noi siamo così o anche peggio (la trave), perché la capacità di Torre, rispetto ad altri tanti scrittori, è questa, di tracimare dal particolare al generale, dal singolare al collettivo. Non togliamo però merito agli attori, i due protagonisti. Lui è il solito ineffabile Valerio Mastandrea, che già aveva interpretato questo testo in uno show con il titolo di “I figli ci invecchiano”, oltre alla serie La linea verticale, che rifletteva la reale malattia di Torre. Lei è Paola Cortellesi, più contenuta del solito e per questo più efficace, più condivisibile. Anche i pochi personaggi che compaiono a fare da coro sono ben scelti (l’amico di lui, la madre di lei, il padre di lui). La figlia dei protagonisti si sconforta per le tragedie, ama fare disegni in cui rimette le cose a posto, il Titanic naviga in acque tranquille, le Torri di NY si ergono ancora scintillanti, gli Airbus non precipitano carichi di passeggeri. E nella sua famiglia ci sono mamma, papà e lei. Come riuscire a far comparire anche il fratellino? E se ogni tanto, come è esilarante tormentone del film, ci viene voglia di saltare dalla finestra, di scappare via da tutto, ricordiamoci che non siamo soli nel nostro disagio, che non ci dobbiamo colpevolizzare, ma che dobbiamo in continuazione richiamare i motivi che ci hanno fatto arrivare a quel punto, e fare bilanci e tirare somme: se i conti tornano, se si sopravvive a “capitalismo e agenzia delle entrate”, la finestra si chiude e si va avanti a combattere. Perché nel pubblico e nel privato, ogni giorno è una lotta.

Originale, toccante

8