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Farenheit 11/9

How the fuck we got to this point

di

Come diavolo siamo arrivati a questo punto? E’ quello che si chiede l’americano Michael Moore, ma non è che non se lo stiano chiedendo i cittadini di tante altre nazioni. Moore inizia così il suo ultimo film, Farenheit 11/9 (che non è l’11 settembre del 2001 del suo precedente film 9/11, ma il 9 novembre del 2016, per l’abitudine americana di anteporre il mese al giorno). E lo fa nel modo consueto, una sequenza di video sulle ultime elezioni americane avvenute in quella data, che hanno visto la sconfitta di Hillary Clinton e la vittoria di Donald Trump, sul quale esiste tanto materiale video suscettibile di ironia (o indignazione) da riempire un paio di documentari. E sembra che il discorso di Moore si avvii per sentieri già battuti. Invece dopo le dichiarazioni del Presidente, i rimbalzi sui media, e altri fatti su famiglia e staff, ci si inoltra in diverse narrazioni, che riguardano proprio gli Stati che più lo hanno votato: lo scandalo delle acque inquinate dal piombo a Flint, Michigan (città natale di Moore), dovuto agli intrallazzi del Governatore repubblicano Rick Snyder; lo sciopero degli insegnanti negli stati di Arizona, Kentucky, West Virginia, Oklahoma, per gli stipendi che li lasciano sulla soglia della povertà (con un’esilarante digressione sulla loro “assicurazione” sanitaria); la sparatoria nel liceo di Parkland (argomento caro al regista autore del mai dimenticato Bowling for Columbine), che ha fatto 17 morti e ha generato un movimento di protesta mai così forte (era stata la settima dall’inizio del 2018). E il discorso di Moore si amplia, si ramifica, si espande, senza mai calcare la mano, senza gli eccessi che in altre occasioni gli erano cari, senza montaggi e accostamenti provocatori (perché la realtà da sola basta e avanza). E disegna un chiaro quadro di causa-effetto e delle possibili conseguenze, tracciando paralleli per nulla forzati con il passato e plausibili scenari prossimi venturi. Il che ci dà il polso di un paese in via di devastazione sociale, dove lo scontento è tale da generare solo astensione o voto di protesta, in entrambi i casi vanificando il valore insito in una ragionata scelta democratica. Perché è proprio la democrazia, che forse come dice uno storico è iniziata solo con il voto delle donne prima e dei neri poi, che si sta sfaldando sotto gli oculati colpi di un establishment mai così astuto, così capace di influenzare masse sempre più manipolabili (povere, ignoranti, razziste). E’ tutto spettacolo bellezza, e tutti sono complici, tutti i potenti di destra o di sinistra, in politica, nei media, nelle industrie, nelle banche, tesi solo a mantenere e rafforzare la proprio posizione. Trump dice che il Sogno americano è morto, Moore si chiede quale per America valga la pena di lottare, se quell’America non è mai esistita. Toccante l’intervento del 99enne ex Pubblico Ministero al Processo di Norimberga del 1945. Possibile che tutto sia stato invano? Rinunciando agli eccessi cui ci ha abituato (pochissime sono le sue provocazioni sul campo) il regista con il suo nuovo, appassionato film mette sotto accusa senza pietà sia il partito democratico, sia quello repubblicano, entrambi diversamente responsabili/colpevoli dello strapotere acquistato dal partito Trump, che è ben altra cosa da entrambi e se li sta divorando. Tutti dovrebbero estinguersi, per lasciare il posto ai tanti giovani (e anche meno giovani) che dal basso chiedono maggiore rappresentatività, per dare davvero potere al popolo. Incredibile ma vero, in questo noi italiani, di solito storicamente in ritardo su tendenze e mode d’oltreoceano, li abbiamo anticipati e i risultati sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Quindi qual è la via per salvarci? Forse dobbiamo proprio estinguerci, ma tutti.

Impeccabile

9