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Fantasy Island

Sognare è meglio che essere sognato?

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I vincitori di un famoso reality approdano in uno splendido hotel di lusso, su una lussureggiante isola tropicale. Come premio hanno vinto un soggiorno in quel paradiso, arricchito però da un’originale variante: sarà concretizzata la loro più importante fantasia, il desiderio più recondito sarà esaudito. In cambio si chiede solo un’adeguata esposizione mediatica sui vari social. Gli ospiti increduli sono ragguagliati dal direttore, Mr. Roarke (Michael Peña), che conduce ciascuno nella parte dell’isola a lui “dedicata” (e un po’ si comincia a pensare a Westworld). La coppia che sembra più superficiale e caciarona, due fratellastri assai bambinoni, Bradley e Brax, si accontenta di piscina piena di modelle, alcol e droghe varie. Una ragazza solitaria e pungente, Melanie, vuole invece vendicarsi della compagna di liceo da cui era stata bullizzata per anni. Randall è un giovane uomo che non si sente all’altezza della figura del padre, defunto eroicamente, e cerca occasioni mostrare il suo valore. Elena, la più adulta e riflessiva, vorrebbe rimediare a un grave errore commesso nel passato, che le ha precluso la possibilità di mettere su famiglia. Le “fantasie” sono perfette e tutto sembra funzionare al meglio, pur provocando qualche perplessità nei meno superficiali degli ospiti. Ma qualcosa comincia a deviare, a uscire dai binari della trama vagheggiata dai partecipanti. E un dubbio comincia a serpeggiare. E se ogni fantasia dei singoli facesse parte di un più vasto disegno, immaginato da qualcun altro? E se sopra di lui, in una rischiosa sequenza di scatole cinesi, ci fosse ancora un altro piano, voluto da ancora un altro soggetto? Il problema è che se ogni ospite e ogni abitante dell’isola nasconde un segreto, l’isola stessa ne nasconde uno assai importante. Senza scomodare dio o il destino, il gruppetto si renderà conto di avere ben poco margine di manovra e, da padrone dei propri giochi, si ritroverà vittima di quelli degli altri. E non sono giochi da salotto. Fantasy Island è ispirato alla famosa serie tv Fantasilandia, sette stagioni di grande successo dal 1977 all’84, con una deludente ripresa nel 1998, interpretata dalla “strana coppia” Ricardo Montalban (Mr. Roarke) e Hervé Villechaize (Mr. Tattoo). La trama è però virata al thriller/horror contaminato con meccaniche da videogame. E come potrebbe essere diversamente, visto che alla produzione troviamo l’inarrestabile Jason Blum, che sull’horror a basso costo ha fatto fortuna, realizzando poi però anche film e serie tv di qualità e di gran successo (come si vede scorrendo la sua pagina su Imdb). Dirige Jeff Wadlow, che scrive la sceneggiatura con due collaboratori abituali, Christopher Roach e Jillian Jacobs, dopo aver realizzato Kick-Ass 2 e Obbligo o verità. Il film è interpretato da un bel gruppetto di facce note, per qualche film ma soprattutto per molte serie tv: Lucy Hale (Pretty Little Liars, il film Obbligo o verità); Ryan Hansen (Party Down, Bad Judge, 2 Broke Girls, Veronica Mars); Maggie Q (Young Justice, Designated Survivor, Stalker); Portia Doubleday (Mr. Robot, Mr. Sunshine, il remake di Carrie); Austin Stowell (Catch 22 ma anche parecchi film da Il ponte delle spie a In Dubious Battle); Jimmy O.Yang (Silicon Valley). Compare brevemente Michael Rooker, un po’ sprecato, insieme con un altro “villain” di classe, Kim Coates. Come nella serie originale, come spesso nel genere horror, incombono le considerazioni moralistiche: certe volte la realtà è migliore di ogni più sfrenata fantasia e guai a vedere realizzati certi nostri sogni. O quelli degli altri. Se si poteva temere la solita mattanza di ingenui turisti sulla sperduta isoletta tropicale, Fantasy Island tenta un’altra strada, anche per restare almeno un po’ imparentato con l’originale, ma è un po’ troppo arzigogolata, visti i frequenti twist, l’ultimo dei quali lascia perplessi, perché sembra poco compatibile con quanto si era capito fino a quel momento. Ma visto che parliamo di isole magiche e di gente che muore e può resuscitare, è obbligatorio non andare troppo per il sottile. E poi diciamocelo, in film così non è che si stia concentrati proprio tutto il tempo.

volonteroso

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