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Era mio figlio

La Madre Patria

di

Gli americani e la guerra: vasto argomento. Ferma restando la gratitudine per quanto fatto nella Seconda Guerra Mondiale (ma parliamo ormai di quasi 80 anni fa), agli americani la guerra che ancora oggi si perdona meno è quella del Vietnam. Non solo militarmente, ma anche per quanto riguarda il trattamento che quei reduci hanno subito al loro ritorno. In “Nam” sono morti quasi 60.000 cittadini americani e tanti di quelli che sono tornati sono stati visti da gran parte dell’opinione pubblica come dei banali assassini. E il Sistema stesso li ha abbandonati a se stessi, per mancanza di fondi e di organizzazione, con voluta trascuratezza riguardo le conseguenze del famigerato PTSD. Il film Era mio figlio, dal titolo originale più significativo The Last Full Measure, sembra arrivare fuori tempo massimo, con il suo raccontarci una storia vera, che parla di un fatto di guerra del 1966, avvenuto a Cam MY. Il film è infatti ambientato nel 1999 e fa riflettere sul fatto che nel frattempo gli americani fossero già partiti per un’altra guerra, quella del ’93 in Iraq. E nel ’99 non potevano immaginare che di lì a due soli anni ci sarebbe stato l’11 settembre a provocare un’altra partenza in massa. Quindi, perché gli americani sono così pronti a partire per le guerre? Resta sempre un vasto argomento. La storia riguarda il comportamento eroico tenuto dal soldato Pitsenbarger, soccorritore aereo durante un’operazione chiamata Abilene. Gesto di tale enorme e indiscutibilmente nobile eroismo da essere proposto per la massima onorificenza, la Medal of Honour. Invece misteriosamente gli era stata attribuita solo la Air Force Cross. Più di 30 anni dopo alcuni dei pochi e devastati reduci decidono di iniziare una manovra per provocare una revisione del procedimento. Tutto passerà attraverso l’ultimo dei possibili interessati, un ambizioso avvocato del Pentagono, un civile in mezzo ai militari, del tutto disinteressato all’argomento perché preso solo dalle sue manovre in vista di una carriera di successo. Poco alla volta sempre più coinvolto dalla dimensione tragica della vita dei sopravvissuti, scoprirà un mondo a parte, che da giovane burocrate quale era non avrebbe mai immaginato. Solo affrontando il rischio di rovinarsi la carriera, agendo per la prima volta in vita sua solo in nome di un’ideale e non di un calcolo, Scotto Huffman sbloccherà la vicenda, bloccata da architetture politiche, da bizantinismi burocratici. Su titoli di coda, come è d’uso, foto e brevi dichiarazioni di tutti i veri protagonisti. Todd Robinson, con all’attivo diversi documentari e i film Lonely Hearts e Péhantom, scrive e dirige un gran cast, in ogni ruolo c’è una faccia notissima, oltre al “Winter Soldier” Sebastian Stan ci trovaimo davanti William Hurt, Samuel L. Jackson, Christopher Plummer, Bradley Whitford,Ed Harris, Diane Ladd, Linus Roache, Jeremy Irvine (il soldato Pistenbarger), Michael Imperioli e perfino un redivivo John Savage. Non si pensi a un film guerrafondaio (e a garanzia c’è la presenza pure di Peter Fonda, alla sua ultimissima comparsa sullo schermo). Qui si dice solo che, una volta che (right or wrong) sei in zona di guerra, tu non combatti e lotti per nessuno, neanche solo per te stesso ma per chi ti sta vicino. E a persone come queste andrà per sempre reso omaggio. Cosa che la Grande Madre Patria dovrebbe ben ricordare. La storia è raccontata con un tono così sobrio, così privo di enfasi, che potrebbe far pensare a un lavoro di Clin Eastwood, perché anche l’argomento lo troverebbe solidale, la narrazione di un altro eroe misconosciuto, di un americano che ha deciso di fare il proprio dovere, di agire in base agli insegnamenti dei suoi padri. Anche solo alla coerenza andrebbe portato rispetto.

istruttivo

7