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End of Justice

Non si torna indietro, mai

di

Quando un film è troppo piccolo per contenere un’interpretazione. Oppure quando una storia non è all’altezza del personaggio principale. Che nel film diretto da Dan Girloy (quello della rivelazione The Nightcrawler) è Roman J. Israel, eccentrico legale che si fregia del titolo Esq. (in originale il film è infatti Roman J. Israel Esq.), titolo antiquato (trae origine da “apprendista cavaliere, scudiero”), una sfumatura diversa rispetto ad Attorney at Law cioè avvocato, usato oggi in ambito legale, nel linguaggio scritto e non parlato, a indicare chi sia abilitato a esercitare la professione forense. Roman è un anziano legale, afflitto da una forma di leggero autismo, con palesi difficoltà a rapportarsi con il resto dell’umanità, dotato di un’eccezionale memoria. Rimasto protetto nella sua eccentricità dalle mura amichevoli dello studio di William Jackson, un valente avvocato noto per il suo impegno civile, che ha sempre difeso i diritti dei più disagiati, alla morte dell’amico viene catapultato nel mondo esterno, come il passeggero di una macchina del tempo che sbarchi senza precauzioni in un tempo lontano, non suo. Per Roman il suo tempo sono gli anni ‘60/70, rivolte, diritti civili, black power. Roman ha vissuto come in una teca, che lo ha preservato da un mondo esterno che è cambiato senza che lui se ne accorgesse. Non ci sono più lotte per i diritti civili, il ghetto si è rimangiato i suoi figli, che finiscono in galera per spaccio e rapina e non hanno orecchie per ascoltare messaggi politici, imbevuti come sono ormai di sterile aggressività. In una L. A. ingombra delle tende degli homeless accampati ovunque, il problematico personaggio non riesce a convivere con un mondo che lo disprezza, lo compatisce, non lo accetta. Ha pressanti problemi finanziari, finisce a lavorare nel lussuoso studio di un ex allievo di William (Colin Farrell), che ha venduto l’anima per il successo (ma forse un pezzettino gliene è rimasto) e faticosamente riesce a mediare fra l’uomo e il resto dell’ambiente. Roman ha un sogno nel cassetto, si è accorto delle palesi ingiustizie, e sempre maggiori, che gravano il sistema giudiziario (patteggiamenti veloci con minaccia altrimenti di pene triplicate in tribunale, che fanno leva sui più poveri) e vorrebbe fare una class action, i cui documenti si trascina sempre dietro in un’anacronistica valigia. Mentre le cose faticosamente si dipanano, un incidente di percorso mette Roman davanti a una scelta rischiosa. E sbaglia clamorosamente, ritrovandosi dove mai avrebbe pensato: dalla parte del torto. Ma è interamente colpevole o in parte giustificabile? Dan Gilroy si conferma capace di offrire ai suoi attori la possibilità di fornire grandi interpretazioni all’interno di film imperfetti e anche questa volta Denzel Washington si conferma per quel grandissimo commediante che sa essere. End of Justice però è un film che avrebbe potuto essere migliore, nel suo andamento erratico, in cui si deve aspettare per capire dove si vuole andare a parare. Purtroppo le svolte della sceneggiatura sono improbabili e contrastanti con quanto si è costruito nella narrazione, l’insieme è mal costruito palesemente, troppo subitanee due delle importantissime conversioni da parte dei personaggi principali per non suscitare l’infastidito scetticismo dello spettatore. Eppure ci ricorderemo di quel personaggio, del suo incredibile completo color prugna dai risvolti larghissimi, puro ’70 style, la pettinatura afro, l’iPod con 8000 canzoni all black, il valigione pieno dei documenti di antiquata carta, tutta la vita immolata sull’altare del ricordo di tempi gloriosi che proprio i diretti interessati hanno dimenticato o non hanno mai nemmeno conosciuto e rifiutano con arroganza. Fuori tempo massimo, non si riesce mai a recuperare, anche se gli ideali non dovrebbero avere data di scadenza.

imperfetto

6