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Dumbo

“Quell’enorme mistero volò” (cit.)

di

Hold on to your dreams…bella frase, abbiamo imparato a dirla prima in inglese che in italiano. Essenza del Sogno, prova, tray hard, prova e riprova finché ce la fai (sottointeso che se non ce la fai è colpa tua). Come non farne uno dei pilastri fondanti della filosofia di vita Disney, gloriosa ditta (quanto a fabbricazione di sogni) che con prodotti sempre più tecnicamente accurati ci sta accompagnando dagli anni ’20 ad oggi. Prima dei teneri mycini, infatti, dei cuccioli cucciolosi, dei panda e dei mille animaletti di cui i social ci inondano quotidianamente, prima delle tenerezze di Pixar, ci pensava solo Walt Disney a fornirci adorabili creature di cui innamorarci, dei cui destini palpitare, dalla cui infantile vulnerabilità farci commuovere. Nel solco del rinnovamento in atto, dopo La bella e la Bestia e Il libro della Giungla, prima del Re Leone, e poi Mulan e Aladdin, arriva adesso la versione “rifatta” di Dumbo, il tenerissimo elefantino protagonista del quarto cartone animato Disney nel ‘41, in deliziosa animazione tradizionale, però in economia dati i tempi. Oggi in live action e CG, è stata affidato a Tim Burton, il creatore di grandi favole (spesso però nerissime), di nuovo al lavoro in casa Disney dopo il suo Alice del 2010. Scrive Ehren Kruger (Scream 3, 3 Transformers su 5, e il Ghost in the Shell in live action), evidentemente uso ad altri generi. E come ci viene riletta la storia del tenerissimo elefantino “brutto anatroccolo” dalle orecchie smisuratamente grandi? La Disney si è trovato nella necessità di “elefantizzare” la trama del film originale, che era davvero scarna (64 minuti di durata): la storia di formazione di un piccolo “diverso”, dei bulli che lo sbeffeggiano, dei suoi simili che lo rifiutano, escluso inizialmente dal “cerchio” conformista della società, che però, quando mostrerà la sua capacità speciale, sarà di colpo accettato, riverito e osannato. E vissero… Qui oltre alla rivalsa dell’elefantino, che invece che a Hollywood, se ne andrà in un posto più adatto a lui e alla sua mamma, c’è la rivincita di tutto un gruppo di perdenti, la pittoresca crew di uno dei tanti circhi che attraversavano le province americane, portando evasione e sogni. Siamo nel 1919 e di sogni ce n’è ben bisogno, vista la recente fine della Prima Grande Guerra e l’incombere dell’altrettanto Grande Depressione. Holt (Farrell) torna infatti senza un braccio dalle Ardenne, la moglie non c’è più, bisogna stringere i denti in nome dei due figlioletti e tirare avanti lo stesso, senza piegarsi alle umiliazioni. Ex grande cavallerizzo, Holt è costretto ad accettare di occuparsi degli elefanti e incappa in Dumbo, appena nato e deriso per le sue immense orecchie nelle quali teneramente inciampa a ogni passo. Che però vola, ma solo in certe condizioni. La fama si diffonde e il proprietario del Circo Medici (De Vito) accetta l’offerta del ricco proprietario di un grande Luna Park a Coney Island (Keaton), Dreamland, che del “sogno” ha ben poco, e, pur avveniristico e luccicante, cela sporchi segreti. Nel frattempo la mamma di Dumbo è stata “arrestata” e deportata per aver cercato di difendere il suo piccino. Ma nelle mani del cinico affarista le cose non possono che andare male, anche se Holt troverà un’inattesa alleata nella bellissima trapezista Colette (l’incantatrice Eva Green). Siamo in un film Disney e quindi anche i loser per eccellenza, dalla donna cannone all’incantatore di serpenti, possono vincere, uniti contro i malvagi che obbligatoriamente sono biechi affaristi e banchieri. Disney non si fa mancare le sue solite perle di “politica correttezza”, infatti pur essendo la storia ambientata nel 1919, non ci sono lavoratori di colore nel circo, a differenza che nell’originale, e il film si chiude con un pistolotto in favore dei circhi senza animali. Ci viene anche spiegata la traslazione del nome da Jumbo, che sottintende enorme, e Dumbo (da dumb sciocco). Ne risulta un film che fatica ad arrivare ai suoi 112 minuti di durata (non tutti necessari), piacevole per anime candide in generale, non dipende dall’età, guardabile senza sofferenza da un accompagnatore adulto del piccino che resta il target ideale della storia. Il cast si impegna ma i personaggi sono scritti per essere figurine stereotipate. Non mancano molti rimandi al film originale, compresa la sequenza della danza degli elefanti rosa. Regia impeccabile, ci mancherebbe, come tutto il resto, costumi, scenografie, trucchi, ma un po’ senz’anima. Infatti non si piange, nonostante la colonna sonora di Danny Elfman si auto-citi con un tema che ricorda molto quello di Edward Mani di forbice, ben più struggente. E forse questo è il suo limite più grande.

caruccio

6