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Drive: In viaggio... nel tempo

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Il festival cinematografico veneziano ci consegna l'ultima fatica del giovane talentuoso regista danese come fosse un regalo prezioso, tenuto nascosto per trent'anni a maturare, come il buon vino. Una pellicola che ha tutto il sapore 80's, a partire dal font usato per i titoli, per confermarsi nella scelta delle note di sottofondo, che rimbalzano sulle luci dei semafori di una Los Angeles ancora una volta scenario prediletto nel raccontare la solitudine. Questa alienazione riecheggia costante nell'intera cinematografia di Refn, cosí come di Lynch e di Fuqua prima di lui. Un forte senso di rarefazione, fin dalla prima splendida sequenza di immagini, intensificata notevolmente dalla scelta della luce che veste i personaggi di uno stile quasi caravaggesco.

Tutti i protagonisti dei film del regista di Bronson e di Walhalla rising sono fantasmi senza passato né futuro, privi di riferimenti temporali e spaziali proprio come la sopracitata metropoli. Un protagonista, quello di Drive, a cui Ryan Gosling consegna uno sguardo dolce e intenso. Un fantasma senza identità, che si muove agile tra i vicoli e i boulevard, danzando tra le curve alla guida di un'auto anonima ma dal motore rabbioso, metafora stessa del suo pilota. L'attore canadese incanta ancora una volta e lascia che siano la pelle dei suoi guanti e lo stridio degli pneumatici sull'asfalto a recitare per lui. Autista silenzioso e letale, come lo scorpione ricamato sul suo giubbotto, che prende vita nella straordinaria scena dell'ascensore dove sembra si siano dati appuntamento il genio espressivo di Wong Kar Wai e il pulp parossistico di Quentin Tarantino. Questo ? il momento più alto di tutto il film, ossia l'istante fuggente in cui questi due registri narrativi ben distinti si intersecano, due linguaggi cinematografici che Refn porta avanti con straordinario senso dell'equilibrio.

Drive non è solo un film su una "falsa" rapina architettata dalla malavita organizzata, ma fondamentalmente un tenerissimo sentimento d'amore tra l'autista e la giovane vicina di casa, raccontato con la maestria dei piú blasonati registi orientali. I loro sguardi discreti e timidi, gli incontri casuali nel corridoio di casa, le mani che si stringono nell'abitacolo della macchina "guscio" di lui, conquistano chi ha amato "In the mood for love" e "2056". Ciononostante il film rimane una pellicola di "genere" e assolutamente godibile per chi ne riscopre i sapori violenti della trilogia "Pusher" che ha consacrato il regista anni fa. Una violenza senza dolore fisico alla Rodriguez dove il sangue scorre e porta via la vita, serenamente.

Drive inoltre, appassiona per la scelta del tessuto sonoro che accompagna i due protagonisti; sonorità fluttuanti su un beat alla Philip Glass che conferisce ulteriore spaesamento ipnotico, un percorso musicale convincente che si interrompe solo durante le scene d'azione dove gli spari e i tamponamenti si sostituiscono alle note, deflagrando copiosi. Non si avvertono leziosismi né cadute di stile in questo road movie compatto e avvincente verso il quale non si grida al capolavoro ma dal quale non si puó pretendere certamente di piú.

D'improvviso il semaforo diventa verde, è ora di ripartire e di lasciarci condurre per le vie della città, buon viaggio...

Buon viaggio...

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Drive

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8