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Dopo il matrimonio

Un remake trascurabile

di

Nel 1996 Susanne Bier, regista danese Oscar e Golden Globe nel 2011 per il film In un mondo migliore, aveva realizzato After the Wedding, un film di inatteso successo internazionale, interpretato da un astro allora nascente, Mads Mikkelsen. Il film era arrivato addirittura alla candidatura come miglior film straniero agli Oscar. Si trattava di un melodramma, in cui le strade dei protagonisti erano state intrecciate dal destino, da loro stessi separate e poi ancora da un intervento umano riannodate, con la possibilità di una second chance, anche se non per tutti. Il regista Bart Freudlich, noto anche come sceneggiatore, insieme alla moglie, l’attrice Julianne Moore, ha deciso di farne un nuovo film, invertendo però il sesso dei protagonisti, lì erano due uomini e una donna, qui il contrario. In India si è ritirata a vivere l’americana Isabel, Michelle Williams, in chiusura totale con la vecchia vita, con il vecchio mondo, a fare da madre benefattrice per decine di bambini di strada. Ma è costretta a tornare a NY, perché lì la vuole Theresa, la sua potenziale finanziatrice, ricchissima donna d’affari (Julianne Moore), moglie dell’affermato artista Oscar (Billy Crudup), indaffarata per il matrimonio della giovane figlia. Quando arriva là, Isabel, urtata da un mondo che non riconosce più e infastidita da tanta ricchezza, da tanto spreco, avrà una sorpresa traumatica. Oscar è il suo grande amore del passato, perduto da 20 anni. E da questo evento in poi tutto cambierà, in un progressivo disvelamento di più di una verità drammatica. Tutti dovranno accettare compromessi dolorosi, perché fuggire non sarà più possibile. La sceneggiatura della versione americana ricalca con lo stampino quella originale, ma perde il vero spirito della storia, tutta l’intensità e anche la plausibilità dei rapporti fra i tre protagonisti, che pur all’interno di una vicenda-limite, avevano moventi condivisibili, umanamente comprensibili. Che nel remake sono del tutto mancanti a causa vuoi dell’inversione dei sessi dei personaggi (a soffrirne di più è il personaggio di Isabel-Williams, che era quello di Mikkelsen), vuoi per mancanza di immedesimazione degli attori, che pure non sono nomi da poco. Dopo il matrimonio, versione made in USA, è un glaciale melodramma, dove l’unica “scena madre” stona in modo imbarazzante, afflitto da altri problemi fra cui il più grave è che i protagonisti non comunicano nulla degli strazi interiori, irritanti nell’incomprensione dei rispettivi moventi. Chi ama di più chi, chi ha sbagliato di più, chi merita un recupero? Le nostre risposte non sembrano essere le stesse del regista, nonché adattatore della sceneggiatura, e questo è il grave limite del film, l’errore fatale. Dopo il matrimonio dovrebbe essere la storia di tre grandi amori incrociati ma non riesce a trasmettere nulla, specie per quanto riguarda il personaggio “cardine” di Michelle Williams, che del resto con la sua espressività non fa niente per migliorare la situazione. Anche Billy Crudup fatica a comunicare qualcosa dei suoi tormenti passati e presenti, leggermente meglio Julianne Moore, al suo quarto film con Freudlich. Tutti i protagonisti si scusano per cose di cui non hanno colpa, non si scusano dove invece dovrebbero, si accusano a vanvera senza mai centrare il punto. Insomma come altre volte, un remake non necessario, che peggiora l’originale. Si comprende la necessità di rifare in lingua inglese un film di discreto successo, che, pur candidato agli Oscar, non era stato abbastanza visto per la lingua in cui era stato girato (negli USA guardare i film con i sub non è regola così accettata, da noi del resto non va tanto meglio), ma in questo caso si è mancato il bersaglio che invece l’originale centrava bene.

Mal riuscito

5