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Don’t Worry

Crollare per ricostruirsi

di

Solo quando hai toccato il fondo puoi risalire. Ma devi anche capire perché sei arrivato a quel fondo e accettare le tue responsabilità nella discesa. Sembrano le solite banalità da gruppo di tossici vari, gente afflitta da dipendenze come alcol, droghe, gioco d’azzardo e via enumerando, quei gruppi da “hey sono John e sono un alcolista” che abbiamo imparato a conoscere in tanti film americani perché è lì che sono nati. Perché gli Usa sono devastati da questo genere di problemi, il più grave dei quali perché diffusissimo, endemico e del tutto socialmente accettato, incoraggiato e soprattutto legale, è proprio l’alcolismo. Esaltato anch’esso nei film, nelle epiche bevute per le quali ogni scusa è buona, per allegria e per tristezza, per socializzare o per isolarsi, per festeggiare o per elaborare lutti, ogni pretesto è buono per devastarsi con una bottiglia in mano. Gus Van Sant ha avvertito in modo particolare questo problema e forse questo è stato uno dei motivi che lo ha indotto a prendere in mano la realizzazione di questo film, la storia di vera di John Callahan, alcolizzato e quadriplegico. Della storia che è tratta dalla sua autobiografia, i diritti erano già stati acquistati da Robin Williams, che avrebbe voluto anche interpretare il ruolo da protagonista. Ma le note, tristissime vicende hanno bloccato tutto. E per raccontare la storia della breve infelice prima e poi più felice vita di John Callahan è subentrato Gus Van Sant, attratto anche dalla possibilità di girare il film a Portland, città natale di Callahan e molto amata dal regista. Callahan era un promettente disegnatore, un cartoonist, rovinato dall’alcolismo, tendenza che lui attribuiva alla sua tormentata infanzia, definitivamente abbattuto a 21 anni dopo che un incidente in auto con un altro ancora più strafatto di lui lo aveva lasciato su una sedia a rotelle, paralizzato dal collo in giù, con una moderata capacità di respirazione autonoma e una ridottissima manualità. Ugualmente avevo continuato a ubriacarsi, finché l’ennesimo incidente lo ha finalmente messo davanti alla realtà. Ha iniziato a frequentare un gruppo di sostegno, dove ha avuto la fortuna di incontrare un “tutor” eccezionale, ha ripreso a disegnare sarcastiche vignette, che ha venduto a molti giornali, ha perfino trovato l’amore. Il film si avvale di due grandi interpretazioni. Joaquin Phoenix di film in film si sta mostrando come uno dei migliori attori sulla piazza, sempre impegnato in ruoli non convenzionali. Al suo fianco giganteggia Jonah Hill, attore di una bravura insospettabile ai tempi in cui faceva il ciccione strafatto e assatanato di sesso. Anche a lui è stato giusto concedere una second chance. Non si pensi che la storia tratti solo di un disgraziato che ha avuto ciò che si meritava perché era un ubriacone, o dell’edificante resurrezione di un miracolato. Don’t Worry (che in originale ha la sarcastica “coda” di “He won’t get far on foot”) è una storia di cadute e risalite, di traumi veri, dell’anima e del corpo, di ferite anche autoindotte, soprattutto è storia di accettazione, di presa di coscienza. Smetterla di raccontarsela insomma è sempre la medicina migliore. Il film racconta una storia vera ma preme soprattutto, secondo noi, sottolineare l’universalità di un tema, che vale anche per gli astemi, l’invito all’indispensabile accettazione della propria responsabilità in ciò che ci avviene, a smetterla con il comodo vittimismo, facendo davvero proprio il mantra di chi è afflitto da qualche dipendenza. Accettare pertanto con serenità quello che non si può cambiare, intervenire su ciò che invece cambiare si può, ben consci della differenza fra le due cose. Vale per tutti, mica solo per drogati e ubriaconi.

Storia interessante, grandi interpretazioni

7