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Disobedience

Amore è disobbedienza

di

Roni (Weisz), fotografa di successo, bella indipendente, cosmopolita, torna da NY nella natia Londra per il funerale del padre, lo stimato rabbino pilastro della comunità di ebrei ortodossi, uomo che era solito affermare “l’uomo sta fra gli angeli e le bestie e il libero arbitrio è un rischio gravissimo”. Poco alla volta si comprende il perché dell’uscita di Roni dalla famiglia, dal suo gruppo sociale, e l’effetto che il suo pur momentaneo ritorno provoca nella chiusa comunità, dove i rabbini non possono nemmeno sfiorare le donne, che devono uscire di casa col capo coperta da una parrucca, frequentano scuole rigorosamente separate dai maschi e in chiesa siedono lontane durante le funzioni religiose. Tutti si augurano una “lunga vita” senza chiedersi però quanto potrà essere felice, graniticamente convinti (come tutti gli integralisti) che l’asservimento a quei principi lo garantirà. A essere più scossa dal ritorno di Roni è Esti (McAdams), la sua ex migliore amica, che nel frattempo ha sposato il cugino Dovid (Nivola), giovane rabbino, con il quale da ragazze avevano formato un nucleo di affetti, legati da sentimenti diversi, mai confessati, a volte solo intuiti e mai dichiarati. Molto lentamente (il film ci mette quasi la prima ora) si capisce dove si voglia andare a parare, e questo lo si intuisce anche conoscendo i lavori precedenti del regista Sebastián Lelio, Gloria e Una donna fantastica, che non ha intenzione di mostrarci un ennesimo spaccato di una società che vive nella contemporaneità con regole bibliche. A Lelio, che insieme a Rebecca Lekiewicz scrive la sceneggiatura tratta dal romanzo di Naomi Alderman, interessa raccontare una storia sulla “disobbedienza” di due donne, perché il fulcro della narrazione è la loro impossibile storia d’amore, entrambe dello stesso sesso e all’interno di una società dai rigidissimi dettami. Ma la storia non ha solo due protagonisti e alla fine a delinearsi sarà un assai malinconico triangolo di mal indirizzati amori. Fra i personaggi quella che riesce meno simpatica è Roni, che sbandierando la sua “diversità” dal gruppo originario, egoisticamente torna quando in fondo non avrebbe dovuto, fiera del suo coraggio e di una vita costruita indipendentemente, ma provocando conseguenze disastrose su equilibri dolorosamente costruiti. Ma Roni ha un mondo al quale tornare, che invece manca alla sventurata Esti, che vedrà sconvolta, ma senza nessuna certezza, la sua vita. Bella la sofferente figura del giovane rabbino. Pur un po’ sciupata da un eccesso di lacrimosità finale, la storia riesce ad essere alla fine toccante, vista la delicatezza del tocco del regista, la sofferenza composta che ne traspare e la civiltà dei personaggi. E per quelli che convintamente restano ci si chiede quale problema abbiano, per desiderare un tale ferreo controllo sulle loro vite. Perché nelle regole può trovare sostegno chi abbia intime debolezze e tema il vasto mondo che si stende fuori dalle mura che lui stesso ha costruito. Davvero il libero arbitrio può terrorizzare. Ma ben diversamente da quanto affermava il padre della protagonista. Cantano i Cure, nella colonna sonora del film, la loro bella Love Song “Whenever I’m alone with you, you make me feel like i am home again, however far away i will always love you”

delicato

7