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Croce e delizia

Più croce che delizia

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Si sa che al cuore non si comanda. Capita infatti che travolti da insana passione, ci si abbini a persone troppo diverse, per età, per classe sociale, per interessi e cultura, per abitudini. In certe religioni o paesi anche innamorarsi di chi abbia la pelle di un altro colore o sia di religione diversa o sesso uguale poteva, può creare gravi problemi. Ma questi sarebbero discorsi seri, mentre l’approccio del film Croce e delizia la butta sul ridere, raccontando l’arduo approccio di due gruppi famigliari assai diversi, messi in comunicazione da una coppia ben anomala. Si narra infatti di Tony (Fabrizio Bentivoglio), ricco mercante d’arte, cosmopolita e raffinato, padre di due figlie di madri diverse, colto da innamoramento nei confronti di Carlo, proprietario di pescheria, borgataro grezzo anche se ricco di umanità, vedovo sul punto di diventare nonno. I due gruppi famigliari si incontrano nella bellissima villa di Tony, dove la notizia della loro prossima unione civile scatena il prevedibile putiferio. E non è detto che i più scandalizzati siano i proletari. Anche Penelope infatti (Jasmine Trinca), una delle figlie di Tony non accetta la situazione e induce Sandro, il figlio di Carlo (Filippo Scicchitano), altrettanto anche se diversamente sconvolto, a tentare un sabotaggio dell’unione. Fra vari incidenti di percorso, si dovrebbe arrivare a capire l’essenza del rapporto fra i due adulti e i motivi dell’ostilità dei figli, e a stemperare tutto nella reciproca comprensione. Intanto un coro greco di personaggi di contorno dovrebbe creare ulteriore spasso, mentre inesorabilmente si procede verso il lieto fine. Usiamo il condizionale perché ciò non avviene. Croce e delizia avrebbe potuto essere un film peggiore, soprattutto avrebbe potuto essere un film migliore, se avesse avuto il coraggio di evitare le ovvietà, di schivare i clichè in cui invece si butta a capofitto, senza indulgere nella caratterizzazione macchiettistica in cui invece infierisce. Perché se il personaggio di Alessandro Gassmann, quasi credibile nel suo breve monologo in cui spiega le ragioni della sua inattesa attrazione per Tony, avrebbe meritato un film migliore, insopportabile è invece la vieta macchietta gay di Bentivoglio, l’ennesimo “frocio” (ma “elegante”, sofisticato) di cui non si sentiva il bisogno perché di etero nel personaggio non c’è niente (e non per nulla in una proiezione aperta al pubblico, era quello che suscitava gridolini e risate a ogni sua “froceria”). Luoghi comuni a valanga nella descrizione dei due gruppi sociali, i pescivendoli piccolo borghesi, caciaroni e rozzi, poco convintamente conservatori, e i ricchi borghesi, con le loro ridicole fisime da riccastri, fintamente progressisti. Convenzionale anche il personaggio di Penelope, in cui Jasmine Trinca onorevolmente si impegna (ma tutto il cast non fa brutta figura, con il materiale che ha a disposizione), la solita figlia ferita da un genitore narcisista ed egoista, incattivita dalla sua superficialità godereccia. Certo qualche lancia si spezza, nel nome della civile convivenza fra diversi (diversi come gusti sessuali, come stili di vita, come educazione dei figli), e ci sarebbe pure mancato che non fosse così, ma temiamo che al pubblico arrivi solo il contrasto pittoresco fra i molteplici “sti cazzi” dei popolani e le fisime edonistiche dei bourgeois. Simone Godano, dopo aver fatto l’anticonformista (o così era sua intenzione) con Moglie e marito, che ribaltava i ruoli maschio/femmina in un simil/Nei panni di una bionda, prosegue nel suo cammino di provocatore (o almeno così lui pensa) con un soggetto scritto di nuovo da Giulia Steigerwalt, che di pregiudizio aveva parlato anche in Come tu mi vuoi, dalla quale avremmo sperato in un trattamento davvero meno banale. Siamo nel 2019, anche restando nell’ambito della commedia, non si sarebbe potuto trovare il coraggio di fare anche dell’altro un “vero uomo” (pensiamo allo Scamarcio di Euforia), che scopre di colpo, restandone scosso, spiazzato, le sue tendenze omosessuali? Ma sarebbe stato un film serio e questi argomenti in Italia si possono trattare solo come esagitata farsa. In questo senso il film tocca il suo momento peggiore nello sforzato, imbarazzato balletto fra Carlo e Tony, cui si uniscono poi tutti due i gruppi, nel solito vieto momento di euforia collettiva sulle note della più scontata hit (No Roots, ma pensa un po’). Così alla fine Croce e delizia si risolve in un piatto Vizietto di un nuovo millennio che di nuovo purtroppo non ha nulla. Ma almeno allora dei “froci” si rideva serenamente, oggi non si può più.

irritante

5