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Criminali come noi

Mai criminali come “loro”

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Si dice brava persona di uno che è civile, legalitario, obbediente alle regole, educato. Per bene, insomma. Oggi come oggi quasi un imbecille quindi, vittima predestinata di tutti i disinvolti squali che popolano la società che lo circonda. Così sono i protagonisti della bella storia, assai ben raccontata e splendidamente interpretata, nel film argentino Criminali come noi. Siamo in Argentina circa vent’anni fa, in una sperduta provincia di Buenos Aires, dove un gruppo di brave persone provate dalla stagnazione si rimbocca le maniche, decide di riaprire una vecchia fattoria abbandonata in forma di cooperativa, mette nel progetto tutti soldi che ciascuno ha via, tutti sudati risparmi. Per ottenere un ulteriore prestito dalla locale banca, deposita tutta la somma sul conto corrente, su esplicita pressione del direttore. Ma siamo nel 2001, annus horribils per l’economia argentina, e il giorno dopo a sorpresa (ma chi doveva sapere, già sapeva) scoppia la crisi, le banche chiudono, congelando tutti i soldi dei correntisti. Si tratta del famoso “corralito”, ricordiamo tutti le immagini degli assedi dei correntisti truffati alle agenzie delle varie banche, mentre iniziava un periodo di grande instabilità sociale e politica. Ma ad aumentare la frustrazione di aver perso tutto, il gruppetto scopre un’altra amara verità, il direttore della loro agenzia ha fatto sì che tutti i loro dollari finissero nelle tasche di un disonesto avvocato locale. E visto che la Legge di Murphy vale davvero, come non bastasse un grave lutto colpisce il principale motore del gruppo, Fermín (Ricardo Darín), che sparisce dalla vista di tutti, richiudendosi in casa, a macerarsi nel suo dolore. A tirarlo fuori ci pensano gli amici/soci, quando scoprono un modo per riprendersi tutto e di più. Criminali come noi, con il bel titolo originale di La Odisea de los giles (giles è un termine che significa “brava persona”, onesta e priva di malafede), è la storia di un assurdo “colpo”, orchestrato però bene quanto un Ocean’s Eleven (mentre un po’ stiracchiato ci pare il paragone con i Soliti ignoti), mentre il protagonista trarrà l’ispirazione fondamentale da un vecchio adorabile film degli anni ’60, Come rubare un milione di dollari e vivere felici. Dirige e scrive Sebastián Borensztein, dal romanzo La noche de la Usina di Eduardo Sacheri, alla la sua terza collaborazione con Darín. La storia è raccontata con un ritmo perfetto, con le interpretazioni altrettanto perfette degli attori tutti, inutile tessere lodi di Ricardo Darín, ma si segnala il figlio dell’attore, Chino, che nel film è proprio il figlio del protagonista, e ugualmente all’altezza sono anche gli attori per noi meno noti (sublimi le scaramucce fra l’anarchico Luis Brandoni e il nostalgico peronista Daniel Aráoz). Tutto di una naturalezza che rende la vicenda ancora più coinvolgente, mentre si palpita per la loro sorte come fosse un thriller vero e proprio. Con una sua bella morale finale, espressa strizzando l’occhio, ma non per questo meno valida. Forse anche Ken Loach, in una giornata in cui è meno arrabbiato del solito, potrebbe apprezzare.

Da vedere

8