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Copia originale

Scrittrice e truffatrice

di

Nella NY degli anni ’90, Lee Israel è una cinquantenne senza futuro, una scrittrice da pochi libri pubblicati, solo biografie di non grande interesse per l’ambiente letterario, poi più nulla di originale, una donna rude, sgradevole, solitaria, incapace di rinunciare alla risposta pungente, all’insulto facile. Beve troppo, ha sempre trattato sempre male il mondo che la circondava ed è stata ricambiata. Sull’orlo dello sfratto, neanche i soldi per curare l’amato gatto, unica compagnia vivente che la sopporta, si inventa casualmente un modo per campare. Dopo aver venduto a prezzo spropositato un’incolore letterina scritta da Fanny Brice (diva dei primi decenni del ‘900), trovata per caso e sottratta alla biblioteca, decide di confezionarne lei, di letterine e bigliettini fasulli, ben più succosi e vivaci (la capacità infatti non le manca), a firma di personaggi notissimi, defunti ovviamente, della stazza di Noel Coward, Lillian Hellman, Louise Brooks, Dorothy Parker (da un suo scritto è tratto il titolo originale del film, Can You Ever Forgive Me? palesemente migliore dell’infelice italiano Copia originale, per niente chiaro, poco attrattivo). Il mercato dei collezionisti di questi mirabilia è affamato, inghiotte senza troppi controlli qualunque cosa, perché sa già che poi ci speculerà sopra. Ma dopo un po’ quando il giro di acquirenti si allarga, perché Lee si fa ingolosire, scende in campo l’FBI e non è mai un bene quando accade. Nel frattempo Lee ha incontrato per caso un altro grande loser, Jack Hock, sublime gay trasgressivo, anima gentile, un personaggio in cerca d’autore, degno della penna di Oscar Wilde. Sarà un sodalizio che travalicherà l’interesse, il bisogno reciproco. Il film è tratto dal romanzo autobiografico della stessa Lee, diretto da Marielle Heller al suo secondo lungometraggio dopo Diario di una teenager, e offre non solo la possibilità di conoscere una bizzarra, interessante storia ma di godersi due grandi interpretazioni. Melissa McCarthy finalmente fuori dalle commedie anche stupidissime e volgarissime in cui la sua taglia l’ha relegata in tanti anni di carriera (le sue cose migliori sono la serie tv Mike & Molly e qualche film come Ghostbusters, St. Vincent, Tammy), che qui dimostra il suo valore di attrice tanto da avere raggranellato prestigiose candidature fra cui anche agli Oscar. Una conferma per chi già lo ami e apprezzi Richard E. Grant, con la sua solita sublime leggerezza (anche lui candidato e giustamente). Ben dipinti gli ambienti in cui si muove la protagonista, i “salotti” mondano/letterari della NY di quegli anni, città sempre bellissima e dominata dalla scritta rossa The New Yorker, allora ricca di tante bellissime librerie, e poi i bar interni in costante penombra dove potersi ubriacare fin dal mattino, cullati dalle note di stupende canzoni (Roxy Music, Peggy Lee, Dinah Washington, Pixies, Chet Baker). E su tutti, l’ambiente dei collezionisti, degli intermediari, un mondo che in fondo non aspetta altro che di farsi imbrogliare per poi su quel primo imbroglio continuare a costruirne altri, sempre più lucrosi, fino ad arrivare al paradosso che falsi della Israel sono stati inseriti in biografie ufficiali di noti personaggi. Vai dopo a risalire al contrario la catena di responsabilità e recuperare tutti i soldi buttati.

Storia curiosa, grandi interpreatazioni

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