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Cocaine – La vera storia di White Boy Rick

Uno dei Sogni americani

di

Non è Barry Seal, né Blow il film White Boy Rick, cui la distribuzione italiana premette quel chiassoso “Cocaine” al titolo originale, perché si pensa che lo spettatore medio non sia in grado di andare a cercarsi informazioni da solo e così lo si instrada in una direzione alla Narcos, mentre il film è ben diverso. Siamo a Detroit, 1984, molti anni prima del crollo del 2008 già la città è devastata dalla crisi dell’industria automobilistica. Fuori dalla cerchia della Downtown distese di fabbriche abbandonate e villette in decadimento, ultimo baluardo per la classe operaia prima del definitivo tracollo, prima della miseria, prima della banca che prende tutto e tutto lascia andare in malora. In questo contesto se la sfanga sempre sull’orlo del codice penale, e talvolta un filo oltre, Richard Wershe, disinvolto venditore autorizzato di armi. L’uomo è un poveraccio come tanti ma si atteggia a badass e sta tirando su da solo una figlia finita drogata e un ragazzo di 14 anni, Rick, che ha imparato a vedere il mondo attraverso gli occhi del padre. A causa di un suo traffico, entra in contatto con dei malavitosi neri, di un certo livello nel giro dello spaccio, diventa una specie di mascotte per loro, che lo ribattezzano “White Boy Rick” e cominciano a portarselo in giro in situazioni di lusso e “respect”, che il ragazzo guarda con occhi affascinati. Le sue frequentazioni non sfuggono all’FBI che a Detroit sta cercando di incastrare il sindaco afroamericano Young, primo uomo di colore a ricoprire quella carica, attraverso i suoi giri mondano/affaristici e i cerchi si sa che sono spesso molto larghi. In fondo lusingato e convinto di compiere azioni che lo porteranno a livello del mitizzato padre, Rick si lascia convincere a fare l’infiltrato e inizia a spacciare per conto dell’FBI. Dopo un grave incidente viene apparentemente lasciato libero, ma ormai il mestiere è appreso. Spinto da una particolare emergenza famigliare, Rick ricomincia in proprio. Ma un conto è spacciare per l’Fbi un conto è osare farlo per conto proprio. Senza mitizzare il personaggio, nessuno dei personaggi, White Boy Rick racconta una storia realmente accaduta, i cui veri protagonisti vedremo nel finale, come d’abitudine. Il film è un atto di accusa su molti fronti. Nei confronti dell’FBI, che non si perita di “arruolare” un quattordicenne, mollandolo come una patata bollente in un momento difficile e poi pure castigandolo per la sua presunta arroganza. Nei confronti del Sistema tutto, che lascia schiattare la gente senza la minima assistenza, nella più estrema miseria, nell’abbandono più totale. Pronto però ad avventarsi come un avvoltoio su chi sgarra. Sono gli anni delle leggi massimamente repressive, della crociata anti droga di Reagan e Signora e mentre la CIA fa entrare quintalate di cocaina dal Venezuela (sull’argomento oltre a Barry Seal ricordiamo anche la serie tv Snowfall), in patria contro i piccoli non c’è pietà, c’è l’ergastolo (come ben si raccontava nel documentario Come fare soldi vendendo droga). Yann Demange (molte serie tv e il bel film ’71) dirige un film asciutto (co-prodotto anche da Darren Aronofsky), quasi documentaristico nella descrizione di questa nuova depressione che non solo non è finita, ma poi si è aggravata, avvalendosi dell’interpretazione di un ottimo Matthew McConaughey, che da quando ha potuto togliersi lo sfizio di mostrarsi segnato e invecchiato sta scegliendo tutti i film che ha voglia di fare. Bella soddisfazione per uno che per anni ha dovuto fare il bello-scemo in film che non aveva voglia di fare. Rick è interpretato dall’esordiente Richie Merritt, faccia vera da marciapiede, non da divetto. La sorella Bel Powley la ricordiamo nella serie inedita Informer. Jennifer Jason Leigh, Rory Cochrane e Brian Tyree Henry sono i detestabili agenti FBI. La vecchia generazione di proletari, sul punto di essere spazzati via, è bene rappresentata da Bruce Dern e Piper Laurie. A ricordare che, se sei un perdente, perderai.

realistico

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