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Che fine ha fatto Bernadette

Un caso umano, più che letterario

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Le donne sono gli angeli del focolare, lo sappiamo. Ma da quando siamo usciti dalle caverne a oggi molte cose sono cambiate, per cui una donna può essere moglie e madre ma anche affermata professionista in qualunque ambito abbia scelto. La sua superiorità intellettuale però, rispetto a qualunque altra semplice casalinga, non le garantisce certo la felicità, né garantisce quella dei suoi famigliari. Insomma, a grandi personalità, grandi problemi. La protagonista del film Che fine ha fatto Bernadette, tratto dal romanzo omonimo di Maria Semple, è stata un rivoluzionario architetto (scusate il maschile ma architetta proprio non ci piace), premiata e ammirata per un suo progetto risalente però a una ventina di anni prima. La conosciamo nella veste di “donna di casa”, perché si intuisce che qualcosa (che sarà spiegato più avanti) le ha bloccato la carriera. Ma è una donna interrotta, asociale, che non sopporta i contatti umani, spiazzante nelle sue battute sarcastiche, incapace di quel minimo di buona educazione, anche ipocrita, che rende a tutti la vita più facile. Appuntita con il suo prossimo, non è facile nemmeno come moglie, pur innamorata del suo bel marito, uomo di successo nel campo dell’informatica, e come madre è accettata con tutte le sue intemperanze da una figlia sedicenne che la adora a prescindere. L’evento che farà crollare l’incerto equilibrio di Bernadette e di conseguenza del suo piccolo nucleo famigliare sarà un viaggio regalo per la figlia, tutti insieme in una crociera all’Antartide. L’inatteso (e incongruo) ingresso in campo dell’FBI, per una frode telematica, provoca la fuga (in fondo desiderata) di Bernadette, innescando una reazione a catena che porterà a una conclusione di posticcia positività. Strano questo film, diretto e co-scritto da Richard Linklater, chissà perché ha scelto il progetto, se non nella linea del racconto delle difficoltà che si incontrano mentre si naviga verso un’impossibile omologazione, con stile del tutto irriconoscibile. Il personaggio, ottimamente affidato a Cate Blanchett, lascia freddissimi, non si empatizza, il suo caso non riesce a farsi abbastanza universale da far tifare per la protagonista, che sembra sempre solo un’arrogante snob, pur in mezzo a tante insopportabili “casalinghe disperate” (ma mica così da buttare alla fine), nemmeno lei discendesse chissà da quale pianeta superiore. Si vuole dire che un genio non deve mettere su famiglia, specie se donna? In fondo concordiamo, ma si sono sbagliati i calcoli, a pagare non deve essere chi davvero ci ama, nonostante le nostre indiscutibili asperità. Se si sceglie di generare, soprattutto, i calcoli vanno rifatti. E quindi non si fatica a immaginare l’adorante figlioletta, arrivata ai 30/40 anni, come protagonista di uno dei tanti film speculari a questo, in cui ormai adulti, i figli di genitori geniali ma narcisisti e tesi soprattutto alla propria realizzazione, devono fare i conti con un’infanzia che ha influenzato la loro vita, non sempre positivamente (dai Tenebaum a La famiglia Fang, compresi Correndo con le forbici in mano, Il calamaro e la balena, Segreti di famiglia). Tutti film che mostrano come immedesimarsi in un personaggio sia difficile, quando altri siano così strettamente coinvolti, convinti di essere artefici delle proprie scelte, mentre in realtà sono vittime di quelle dei genitori. In chi immedesimarsi, per chi tifare, starà allo spettatore e al suo vissuto.

irritante

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