MovieSushi

Charlie Says

La banalità del Male

di

Molto è già stato detto su uno dei delitti più famosi della storia, per la notorietà dei personaggi coinvolti, per l’efferatezza dell’esecuzione, per l’inutilità dei bersagli, perché sembrava spezzare quel sogno di Peace & Love che aleggiava sulla California di quegli anni illusori. Parliamo ovviamente della Strage di Bel Air, della morte di Sharon Stone, incinta di otto mesi, moglie molto amata da Roman Polanski, ammazzata insieme a quattro amici nel 1969, strage del tutto gratuita e davvero crudele (seguita dall’uccisione immotivata di altre due vittime, i coniugi LaBianca). Sappiamo tutti che a comandarla, istigarla, indurla è stato Charles Manson, personaggio già trattato in diversi film come The Manson Family o Helter Skelter, e serie tv, fra cui Aquarius e un episodio di American Horror Story oltre che in Mindhunter, e che ritroveremo pure nell’attesissimo Once Upon a Time in Hollywood di Tarantino. Musicista fallito, reietto di un ambiente che secondo lui non aveva mantenuto le sue promesse, Manson riesce ad aggregare un gruppo di sbandati (che arriverà a contare un centinaio di membri, mentre il nucleo storico sarà di una trentina di persone e dieci quelle condannate per crimini vari), che rimbambisce di chiacchiere, sesso e droghe, in un caso di plagio collettivo passato agli annali, istigandoli a commettere vari reati, in un’escalation che porterà agli omicidi. Il film Charlie Says (titolo originale Nobody) è diretto da Mary Harron, che dichiara un’infanzia passata in una setta, autrice già di Ho sparato a Andy Warhol, American Psycho e Ann Nicole, la storia della sfortunata playmate/attricetta. A scrivere la sceneggiatura troviamo Guineviere Jane Turner, già con la Harron per American Psycho e The Notorious Bettie Page. Tratto dal libro The Family, scritto nel ’71 da Ed Sanders, e da The Long Prison Journey Van Houten, di Karlene Faith, Charlie Says propone un approccio diverso alla storia, dalla parte delle donne di lui succubi. Alle donne, già detenute, viene affiancata una giovane psicologa/assistente sociale (l’ottima Merritt Wever, vista in Nurse Jackie, Godless e The Walking Dead), che cercherà di comprendere le mentalità delle ragazze, di smontare il meccanismo che aveva portato al culto di Manson, forse come ultimo miraggio di rieducarle, e, diventando una figura di riferimento positiva, scrostare almeno uno strato dell’intonaco di follia che Manson aveva spalmato sulle loro menti fragili. Perché le ragazze erano finite là, come potevano essersi fatte manipolare fino a quel punto? La narrazione, alternando i ricordi del periodo nel gruppo con la realtà carceraria, cerca di darne un’idea. Possibile che si trattasse del semplice desiderio di essere accettate, benvolute, amate? Poteva essere così ammaliante il calore fasullo che evidentemente il mondo dal quale fuggivano non era mai riuscito a dare loro, il senso insomma della Famiglia? E per certi eventi si può sperare in un erase & rewind? Sappiamo che una pianta si sviluppa meglio in un terreno adatto, e indiscutibilmente Manson sapeva scegliere chi manipolare. Il film inquieta al pensiero della facilità con cui questo è avvenuto. Ottimo la scelta delle protagoniste: Hannah Murray (Skins, Game of Thrones) è Leslie Lulu Van Houten (tutt’ora in carcere); Sosie Bacon (le serie Here and Now, 13) interpreta Patricia Katie Krenwinkle (ancora oggi in carcere); Marianne Rendon (Imposters) è Susan Sadie Atkins (morta di cancro nel 2009). Chance Crawford (The Boys, Blood & Oil, Gossip Girls) interpreta Ted Watson, ex campione sportivo fallito e drogato (ancora in prigione). Grace Van Dien è ben truccata per somigliare molto alla sfortunatissima Sharon Tate. Matt Smith (Doctor Who, The Crown) più attraente di quanto fosse l’originale, si cala nei panni di Manson, senza riuscire a comunicare l’inquietante potenza della sua devianza, della sua malvagità, con i suoi deliri su Helter Skelter, brano del White Album dei Beatles, preso dall’uomo come manifesto di una futura apocalisse razziale. Alcune canzoni che si sentono nel film sono scritte da Manson stesso e l’idea che abbia ricavato dei soldi dai diritti d’autore un po’ infastidisce. Per fortuna il sistema giudiziario americano su certi argomenti non scherza e quei soldi se li godrà in galera. Nel finale un illusorio what if fa comprendere come davvero certe volte il Destino abbia già scritto il suo copione.

Interessante

7