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Cetto c’è senzadubbiemente

Siamo un paese depilato

di

Torna Cetto La Qualunque, sintesi di ogni nequizia, specie di surreale pupazzo animato cui dà fiato un ventriloquo mostruoso. Cetto è uomo di totale arroganza, di epica ignoranza ma di assoluta sicumera, è evasore fiscale totale, costruttore di mostruosità abusive, distruttore o accaparratore di reperti archeologici, grande appassionato di armi ed esplosivi, inquinatore, corruttore, puttaniere incallito, padre degenere, gran comunicatore. Così come nel film precedente si era rivelato il perfetto candidato politico, perché oggi, che i tempi sono pure cambiati in peggio, non potrebbe essere un perfetto Re, in un progetto insano (ma poi mica tanto) di riportare la monarchia in Italia? Cetto in Germania si è sistemato benissimo, fiorenti attività tutte basate su sporchi traffici e illegalità varie, bella moglie bionda di ottima famiglia nazi-nostalgica, figlioletta che come lo vede scoppia in singhiozzi e come darle torto visto che Cetto è in versione biondo ossigenato. La notizia della prossima dipartita della mitica zia, lo costringe a rientrare nel suo ridente paesello, dove trova ad attenderlo un’esplosiva rivelazione: lui è figlio illegittimo di Principe di discendenza borbonica. Quindi può legittimamente reclamare il regno delle due Sicilie, anzi no delle due Calabrie (perché di Sicilia ne basta una). Il progetto è attivamente supportato dal locale circolo degli aristocratici, che hanno le loro bieche mire di sopravvivenza. Guai però a chi credesse di fare di Cetto il proprio fantoccio, avrebbe sbagliato i calcoli, come avevano sperimentato i mafiosi del primo film e la “casta” del secondo. La storiella tiene, meglio che in certi blockbuster miliardari, anche se pure in questo caso è pretesto per Albanese per procedere nello sviluppo di uno dei suoi personaggi più riusciti. Nella sceneggiatura scritta dallo stesso attore insieme a Piero Guerrera, abbondano battute e battutine, alcune spiritose, così come le situazioni surreali sono a tratti spassose. Il problema è che mentre nel film si commenta che l’idea di ripristinare la monarchia potrebbe funzionare, perché è “la minchiata giusta al momento giusto”, noi ridiamo amaro perché sappiamo che in fondo sarebbe davvero così (immaginiamo con quale voluttà i talk si butterebbero a pesce sull’argomento, sfruttandolo per fare audience). E così è in fondo per tutto il film, perché ormai la nostra realtà travalica ogni immaginazione e ogni paradosso può avverarsi. Ridere quindi per non piangere? Ridere piangendo? Si rischia perfino di ridere di meno del previsto, seguendo le farsesche avventure di Cetto e dei suoi compagni di merende, tutti grotteschi fino all’esagerazione, in ciascuno dei quali però si possono riconoscere atteggiamenti o frasi che riconducono a molti personaggi della cronaca quotidiana. Si genera così nello spettatore un senso di disagio, che ostacola l’abbandono alla risata liberatoria. In ogni modo, Cetto su grande schermo non ha mai raggiunto la “folgoranza” degli sketch televisivi. Già anni fa, nel 2011 (ere berlusconiane) alla presentazione del primo film, Albanese aveva ammesso che nei mesi necessari alla lavorazione avevano dovuto aggiornare varie parti della sceneggiatura, perché gli eventi reali superavano di giorno in giorno la fantasia degli sceneggiatori. “Qualunquemente” il film verrà certo visto dagli appassionati di questo personaggio e del grande interprete che è Antonio Albanese. Oltre che attore, autore di testi, libri e regista anche di spettacoli teatrali e d’opera, nella vita è davvero una persona perbene, detto con tutta la nostalgica valenza del termine, ammirevole quindi per essere riuscito a incarnare un personaggio così assurdo eppure così riconducibile al “libero” spirito italiano. Si aspetta forse (e lo speriamo per il botteghino) di essere visto anche da coloro che nella vita certi comportamenti li tengono pure loro, magari meno estremi, ma sotto sotto invidiano Cetto che si fa sempre i “caxxi suoi? Per il ben noto sdoppiamento dello spettatore medio, che lo fa ridere dei suoi stessi obbrobri, può anche darsi di sì. Del resto, la migliore commedia italiana, quella di Sordi, Tognazzi, Gassman, Manfredi, quella dei Mostri (che potremmo essere tutti noi) ha sempre funzionato su questo meccanismo. Finale sulle note del rap Io sono il re, che Albanese “canta” insieme a un divertito Gué Pequeno.

Nel solco dei precedenti

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