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Captive State

Attenzione ai doni dei greci

di

Gli alieni ci hanno colonizzato velocemente, dopo una dimostrazione del loro potere che ci ha semplicemente spento l’interruttore della corrente per qualche tempo. Questo è stato sufficiente per indurre i Governi ad arrivare a un “gentlemen’s agreement”, che ci ha fatto diventare partner di minoranza con gli occupanti. Che mentre si sono installati in gigantesche basi sotterranee, pensano a rastrellare ogni nostra risorsa utile per portarsela via. Ai terrestri, ai quali hanno concesso una comoda sopravvivenza (ma solo all’establishment), hanno lasciato il compito di servire e proteggere, loro e i loro interessi. Quindi la Polizia effettua forme di repressione durissime nei confronti di chi non sia d’accordo con questo andazzo e di gestione severa delle masse dei nullatenenti che lavorano come schiavi per alieni e classe dominante (per i poveracci della terra non cambia mai nulla). Ma l’essere umano è ostinato e anche autolesionista, in nome di un ideale. Quindi pur in totale minoranza, come numero e come risorse, alcuni terrestri hanno organizzato un movimento di resistenza. Che a vedere la potenza dell’oppressore, sembra davvero suicida. Captive State è più un thriller politico che un film di fantascienza, si può infatti provare a traslare su eventi più recenti: i Nazisti invece che gli alieni, il Governo collaborazionista di Vichy e la Resistenza che rifiuta quell’accordo, o alcune più recenti dittature sudamericane, così per dire. In questo modo sembra anche più adeguato lo stile narrativo, che di fantascientifico a ben poco (si vedono un paio di volte le mostruose creature, anche se in modo da rendere poco chiara la loro morfologia (opera di Greg Nicotero), saetta nei cieli un’astronave-roccia vagamente magrittiana, al Governo ci sono interpreti che traducono il linguaggio dei vincitori, un minaccioso chiocciolio). Per il resto siamo nei bassifondi della città, Chicago, dove vivono in condizioni di estremo disagio le classi rimaste fuori dal cerchio del potere, la Resistenza implica condizioni di vita ancora più dure, i metodi della Polizia sono spietati (oltre che i Nazisti sembra di trovarsi ai tempi di Pinochet, non che Stalin fosse più amabile), con un controllo totale dei sudditi, grazie a una tecnologia massimamente invasiva. L’ambientazione non ha nulla dell’aerea fantascienza classica, qui siamo solo in futuro prossimo degradato e miserabile, città diroccate, miseria e distruzione ovunque tranne che nei palazzi del Potere. Del resto nulla importa di noi né agli extraterrestri che pensano sono a estrarre le nostre risorse, né alle classi al potere che pensano solo a mantenere i loro privilegi, restando dominanti grazie alla collusione con gli alieni. Quindi Captive State racconta una storia cupa e una distopia interessante e plausibile, con molti agganci a una realtà non così “fantascientifica”. Il film è diretto da Rupert Wyatt (L’alba del pianeta delle scimmie), che ha anche scritto la sceneggiatura insieme alla moglie Erica Beeney. La storia però non è del tutto ben raccontata, per la necessità di imbrogliare lo spettatore fino al colpo di scena finale, deviandolo per tutto il film in una direzione mentre si andrà a parare in un’altra (quindi richiedendo una costante attenzione), anche la fotografia assai buia in certe scene non aiuta e così il sincopato montaggio. Assai efficace invece la colonna sonora elettronica dell’eclettico Rob Simonsen, che fa di suoni e armonie un elemento narrativo. Il nome Melville che campeggia su un edificio non può che essere omaggio alle atmosfere dure e senza speranza di tante storie di eroici perdenti del grande regista francese. Prestazioni sindacali da parte di tutto il cast, in cui giganteggia con la sua faccia scolpita dall’età il sempre amato John Goodman. L’intenzione dichiarata è di restare a livello “stradale” affinché la metafora sia facilmente decifrabile e ci faccia facilmente individuare l’attinenza con la nostra realtà contemporanea, perché molte tecniche di tracciamento sono versioni appena enhanced di dispositivi già oggi esistenti, funzionanti. La strada verso l’inferno è lastricata di bellissimi devices, di social amabili, di gps che ci aiutano a vivere. Tanto, si pensa, io non ho niente da nascondere. Ma se un giorno… Nonostante tutto però, nonostante ogni Sistema di totale prevaricazione, ogni tecnologia di divino potere, nel corso della nostra storia qualche piccolo, debole essere umano si è alzato e ha lottato per quello che riteneva giusto. É il bello dell’essere umani, in fondo.

Originale, coinvolgente

7