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É stata la mano di Dio

La storia che ti forma

di

La mano di Dio che dà il titolo all’ultimo film di Paolo Sorrentino è sì quella di Diego Maradona e del suo celeberrimo goal, ma è anche quella di un destino che, passando in qualche modo anche lui attraverso il calciatore, provocherà l’evento che dividerà in due la vita del regista allora diciassettenne e che avrebbe potuto essergli fatale. Il film racconta infatti i suoi anni più importanti, quelli che attraverso una rete di personaggi ed eventi hanno contribuito a formare il suo carattere, lo spirito e l’immaginario di uno dei nostri registi più popolari anche all’estero. Siamo nella Napoli del 1984, anno dell’arrivo di Maradona al Napoli. La vasta famiglia dell’adolescente Fabio (il nome del protagonista nella finzione) è quanto di più vario si possa immaginare, fra genitori innamorati, coppia ancora assai unita anche se non priva di problemi interni, protettivo fratello maggiore e surreale sorella perennemente chiusa nel bagno. E poi una schiera di fratelli/zii/zie, con relativi mariti e mogli e amanti, e poi vicini di casa e amici del quartiere, un coro di personaggi fra i quali il protagonista si aggira osservando in silenzio meccaniche di vita che ancora gli sfuggono. E che metterà insieme poco alla volta, fra risate, sorrisi e lacrime, nel lungo percorso accidentato che è la formazione di un carattere, la scelta di una direzione nella vita. La storia è raccontata con un grandissimo gusto quasi pittorico, dai luoghi descritti con inquadrature di struggente bellezza, al tratteggio di personaggi di ogni genere, dai più grotteschi e comici ai più drammatici, tutti però percorsi da una napoletanità che non è mai banale bozzetto. Perché Napul’è mille colori, come canta Pino Daniele nella sua bellissima canzone sui titoli di coda, scelta che potrebbe sembrare scontata ma che difendiamo, perché si tratta di una delle più belle canzoni mai scritte su quella controversa città. Perfetta la scelta degli attori, a partire da Filippo Scotti, scelto per il ruolo del protagonista. E poi tutti i volti noti e meno noti, dal papà Toni Servillo allo zio Renato Carpentieri, una bravissima Luisa Ranieri, l’apparentemente perfida Baronessa di Betti Pedrazzi, ai tanti caratteristi scelti con gusto “felliniano” per aderenza al personaggio, mai ridotti a pura macchietta però. E non a caso una delle scene più divertenti riguarda proprio un casting tenuto da Fellini a Napoli in quegli anni. Proprio a Fellini Sorrentino fa dire che “la realtà è scadente”, mentre verso la fine il regista Antonio Capuano afferma che “la fantasia e la creatività sono falsi miti”, quindi cosa conservare nel proprio DNA da restituire sullo schermo, cosa omettere, sottolineare, imbellire, se come mestiere si vorrà “raccontare storie”? É stata la mano di Dio è un film che racconta di una città, di un pezzo di società, di una famiglia e della formazione di un ragazzo che è diventato uno dei registi più famosi. Un film divertente e toccante che, aldilà delle probabili coloriture di certi ricordi, fa ben comprendere come si possano mettere a frutto le carezze e le ferite della vita. Certo ci vuole talento artistico e tanta forza di volontà. Intanto sul mare lontano eppure sempre presente, gli offshore dei contrabbandieri sfrecciano silenziosi, facendo solo “tuff, tuff, tuff…” (cit.).

Una bellissima storia di crescita

8