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Blinded By Light

I believe in a promised land

di

Si può sfuggire a un destino che sembra obbligato, si può deragliare da binari che sembrano blindati, prendendo una direzione nostra, che solo noi sappiamo, mentre il mondo ci dà addosso in ogni modo? Tante storie ci sono state raccontate, di difficili riscatti, di rivalse dolorose, di scalate faticose, e spesso queste rivincite passano da canali inattesi, spesso dall’arte, da letteratura, da musica. Oggi Gurinder Chandha, regista che l’integrazione l’ha vissuta di persona, divenuta nota con Sognando Beckham ma autrice di altri piacevoli film, ci parla di una storia vera, quella di Javed, che negli anni 80 è un giovane inglese figlio di padre pakistano e mussulmano, che cerca la sua strada in un’Inghilterra già percorsa da mai sopiti movimenti razziali, mentre l’economia di Margaret Thatcher fa macelleria sociale senza pietà. La famigliola di Javed si arrangia come può per sopravvivere, il padre, licenziato dalla Vauxall, lotta per far quadrare il bilancio, perché il suo sogno è che le figlie sposino bene e l’unico maschio non finisca a fare il tassista. Per questo motivo, oltre che per educazione e religione, è un padre severo, intransigente e si scontra in continuazione con il ragazzo, che si sente inglese, nonostante gli sputi e le scritte offensive dei razzisti del piccolo quartiere borghese di Luton dove vivono, e scrive, scrive tanto, poesie, diari, e vorrebbe fare il giornalista, lo scrittore. Dalle colline circostanti fin da piccolo Javed ha guardato il nastro dell’autostrada che portava lontano, altri posti, altre vite. Che conoscerà grazie a un amico sikh che gli passerà, invece delle solite droghe, due cassette di Bruce Springsteen. Perché (potere infinito dell’arte) chi ha detto che le parole di un ragazzo della classe operaia americana, figlio di immigrati italiani, non possono parlare al cuore di un giovane anglo/pakistano, in cerca di una direzione che dia senso alla sua vita? Blinded By The Light è uno di quei film che in fondo non spiacciono mai, perché a quale cuore di pietra non fa piacere un lieto fine. Ma curiosamente, anche al netto del suo difetto principale che è una certa ridondanza che porta la lunghezza a quasi due ore, sembra curiosamente un film fuori tempo massimo, ambientato in quegli anni ’80 di cui proprio altri registi inglesi ci avevano dato un quadro di assai meno fiabesco ottimismo, con film come My Beautiful Laundrette, Sammy e Rosie vanno a letto, Mio figlio il fanatico, Londra mi fa morire. Mentre un grande rappresentante degli immigrati pakistani, Hanif Kureishi, ci raccontava premonitorie storie sugli immigrati di seconda generazione. E la speranza che fuori da Luton, fuori dall’Inghilterra, quell’America in cui Javed riuscirà ad andare grazie a un premio vinto, fosse la Promised Land di cui lui scriveva, di cui Bruce cantava, oggi sembra proprio un’illusione. Soprattutto in un momento storico come il nostro, in cui il mondo è devastato da pregiudizi razziali peggio che mai. Fa tristezza vedere sfilare nel film gli appartenenti al Fronte Nazionale a bullizzare gli immigrati “paki” esattamente come oggi, anzi oggi supportati, aizzati ufficialmente da partiti e uomini politici che poi rischiano di avere la maggioranza elettorale. La pur bellissima selezione di “frivole” canzoni degli eighties, idolatrate dal migliore amico di Javed, aspirante front man di un gruppo dal divertente look adeguato al momento storico, può in effetti poco contro la forza, l’intensità delle canzoni del Boss scelte per accompagnare la formazione del ragazzo, a sognare ponti e non muri fra generazioni, fra paesi. Se non è sogno americano questo… Springsteen ha dato il consenso per l’uso delle sue canzoni, avendo letto il libro e apprezzato la storia di Safraz Manzoor, questo il nome del vero protagonista che vedremo nelle scene sui tioli di coda, che di concerti del Boss ne ha visti ormai circa 150 e dal cui libro Greetings from Bury Park: Race, Religion and Rock N’Roll è tratta la sceneggiatura. Gurindar Chandha mette in scena usando le musiche e i testi a sottolineare i momenti topici della narrazione, solo in un’occasione con un accenno in chiave “musical”. Smorzando il tono scherzoso di altre storie di integrazione, con una tenerezza alla Danny Boyle, Blinded By The Light dice però una cosa verissima: non si deve mai smettere di sognare, di guardare un’autostrada che si snoda verso il lontano orizzonte pensando che noi non la percorreremo mai. Perché un giorno ci porterà, in Nebraska o ad Ashbury Park, o dove mai staranno i nostri idoli, quelli di cui si sono nutriti i nostri sogni appunto. Perché un sogno che non si avvera è una bugia (The River). Sempre meglio che fare trainspotting, sicuramente.

Retorico, piacevole

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