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Blakkklansman

Ridere dell’odio

di

Si può odiare i propri nemici ridendo di loro, della loro grettezza e ignoranza, della loro bruttezza intrinseca? E si può ridere del loro cieco odio nei nostri confronti, della violenza che da secoli esercitano su di noi con ogni mezzo? E come si può convivere con gente così, averli come colleghi, vicini di casa? Interrogativi pratici che è inevitabile porsi uscendo dalla visione del film Blakkklansman, ultimo lavoro di Spike Lee, autore cinematografico che in quasi 40 anni non ha perso l’occasione per ricordarci quanto dovrebbero vergognarsi gli Stati Uniti d’America, capaci di produrre un Presidente nero, ma non di portare la vera integrazione razziale nelle pieghe del “Grande Paese”. Spike Lee la prende larga e comincia facendoci ridere con una travolgente imitazione di Alec Baldwin (e una scena memorabile di Via col vento), per raccontarci l’avventura del nero Ron (una storia “fottutamente vera”), che negli anni ’70, con tanto di curata capigliatura stile afro che si espande in una folta barba, si mette in testa di diventare poliziotto a Colorado Spings e non solo, proprio di fare carriera. E ci riesce, trovando qualche schifoso bastardo da manuale come collega, ma la maggioranza è di brave persone, alcune ottime. E si fa affidare un caso paradossale, perché si infiltra nel Ku Klux Clan, solo telefonicamente, è ovvio, dato il colore della sua pelle. Ma per poterne denunciare i crimini dall’interno, per scoprire le loro illegalità, deve poterli frequentare e così trova un perfetto alias da esibire in pubblico nella persona del collega Flip, anche lui appartenente a una minoranza discriminata in quanto ebreo. Ma entrambi se ne infischiano di colore della pelle e di religione, esemplari simbolici di un’umanità liberata dai fantasmi dei pregiudizi di ogni genere. Sulle note di una splendida colonna sonora di pezzi d’epoca e di un sinuoso tema di Terence Blanchard, che riprende alla perfezione il mood della blaxploitation di quell’era, Lee si diverte a divagare, buttando dentro una storia d’amore di Ron con una bellissima attivista, rifacendo uno splendido discorso di Stokely Carmichael sull’orgoglio razziale e poi mette in scena il mitico Harry Belafonte, che narra l’orrenda storia di un linciaggio avvenuto realmente nel 1916. Intanto prosegue il tema dell’indagine, dell’azione, con la suspense di un vero poliziesco, con citazioni di Tarantino, ma la finisce in una vittoria che è una sconfitta stile Serpico e chiude nel nero più assoluto e non per il colore della pelle del protagonista, ma per le riprese degli incidenti di Charlottesville dell’anno scorso e le inaccettabili parole pronunciate a caldo da Trump. E la bandiera americana sfuma nel bianco e nero. Quanto deve essere faticoso vivere in un paese nel quale si è considerati una minoranza insopportabile, un branco di creature inferiori di cui non si vede l’ora di liberarsi, da circa la metà dei propri simili. Si avverte un peso, un disagio, mentre si ride degli orridi buzzurri, del loro continuo turpiloquio, dei video atroci che guardano sghignazzando, con parole, atteggiamenti che ritroviamo ogni giorno nei nostri Tg, sui social. Ma il peso, il disagio sono gli stessi dinanzi alle forbite parole con cui il leader del KKK persegue i suoi ideali segregazionisti. Tutto è uguale, nulla è cambiato, le tattiche messe in atto con impunita arroganza allora, con subdola correttezza politica oggi, hanno portato a questo risultato, battute razziste, slogan politici, soprusi spiccioli, violenze gravi c’erano, ingiustizie gravissime c’erano, ci sono e, sembra, sempre ci saranno, connaturate alla “bestialità” della razza umana. Non stupisce che a produrre, oltre al regista Jordan Peele, quello di Get Out, al quale la regia era stata proposta in un primo tempo, ci sia anche un appassionato di horror come Jason Blum. Perché questo è horror puro. Figlio di cotanto padre, John David Washington presta la sua attonita, ironica estraneità davanti a un mondo incivile contro cui si deve muovere con cautela. Grandissima interpretazione di Adam Driver, con quella svagatezza che è il suo marchio di fabbrica e che lo rende così naturale qualunque ruolo interpreti. Come sempre perfetti tutti i comprimari, fra cui spicca Topher Grace con il suo David Duke, il capo del Klan, credibile quanto quello vero, che vedremo nel finale. Parte insomma facendoci ridere, Blakkklansman, e poi ci fa ridere ancora, pur nel disagio, ma chiude in amarezza e poi nello sdegno. Solidarietà con Spike Lee per questo suo film, accusato di essere diseguale, imperfetto, che però ci tocca, dicendo moltissimo sulla mai risolta questione razziale americana. Anno di grazie 2018.

Stiamo dalla parte giusta

7