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Beautiful Boy

Volere bene non basta

di

La storia raccontata in Beautiful Boy è semplice, dalle meccaniche elementari, in fondo l’abbiamo già sentita, vista tante volte e non solo nella finzione di un film. Un padre cresce con amore e cura il proprio figlio, coltivato come fosse un fiore, lo protegge e guida e lo instrada nella direzione che ha dato a lui benessere e felicità. A una vita civile, benestante. E lo fa senza pressioni, senza insistenze. Ma il fiore (chissà perché) cresce debole, invece che verso il sole si volge da un’altra parte, appassisce, rischia di morire, avvelena l’aria per tutti. Fuor di metafora l’amato, bellissimo figlio, pur senza vistose colpe genitoriali (se non le solite cose, un divorzio non traumatico, un secondo matrimonio con una sensibile pittrice, due nuovi affezionatissimi fratellini), ha come un difetto congenito e si perde. Passa dalle solite canne a cose più pesanti, non perché il passaggio sia inevitabile ma per una disposizione d’animo che gli impedisce di affrontare il mondo se non da uno stato alterato. E a forza di alterarsi, passa per varie droghe finché approda alla definitiva eroina. Il film racconta il calvario della famiglia, soprattutto del padre (ma anche la seconda moglie ovviamente non ne esce indenne), che viene devastato dal continuo altalenare del ragazzo. Che prova disintossicarsi qualche volta, ma poi ci ricasca, che torna e sparisce, litiga e supplica, che si spaventa, fa promesse, non le mantiene. Intanto gli adulti si dilaniano, distrutti dall’incapacità di fornire quella salvezza, quella protezione che fanno parte del DNA di ogni buon genitore. Ogni tentativo, di comprensione, di collegamento, di puro e semplice appoggio sarà vano e il padre misurerà fino in fondo la sua impotenza. Beautiful Boy ricorda Ben Is Back, con Julia Roberts e Lucas Hedges, anche se la storia è ancora più scarna, priva di azione, più lineare. Non accusa, non assolve, non denuncia, racconta e basta. Può succedere e se succede è una tragedia. Il film infatti si chiude sulla denuncia del fenomeno, dichiarando come negli USA la più frequente causa di morte al di sotto dei 50 anni sia l’overdose di droghe. I protagonisti assoluti sono Steve Carell, ormai definitivamente sdoganata dalle commedie surreali e anche un po’ sceme dei suoi esordi, davvero toccante, e il delicato Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome), come attore davvero una promessa mantenuta. Il suo personaggio da ragazzino è affidato al molto somigliante Jack Dylan Grazer, visto in Shazam. Dirige Felix Van Groeningen, conosciuto sei anni fa grazie ad Alabama Monroe, altra storia di strazi famigliari, che anche scrive la sceneggiatura insieme a Luke Davies, già autore di un’altra bella e drammatica storia di amore e droga, Paradiso + Inferno. Il film è basato sui due libri di memorie scritti dai due protagonisti, David e Nic Sheff. Ben scelta colonna sonora fatta di molte belle canzoni famose, da Bowie a Tim Buckley, e Neil Young, i Nirvana ovviamente, i Sigur Ros, e Massive Attack, Aphex Twins e Mogway. E naturalmente John Lennon, con la sua canzone omonima dedicata al figlio Sean, nel cui testo si trova la celeberrima frase “la vita è ciò che ti accade mentre sei intento a fare altri progetti”. Che qui acquista ancora maggiore amarezza.

Freddo ma triste

7