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Automata: Recensione

di

Gli schiavi si ribellano sempre

Siamo nel 2044: dopo che la Terra è diventata un deserto invivibile causa esplosioni solari, i Governi per proteggere quel che resta dell'umanità hanno incrementato la fabbricazione degli automi, adibendoli alla costruzione di sistemi di protezione e difesa e poi allo svolgimento di tutti i lavori rimasti privi di manodopera umana. Due leggi sono state inserite nei robot, a protezione degli umani (a differenza delle tre di Asimov): un robot non può danneggiare alcuna forma di vita; un robot non può modificare se stesso o altri robot.

Jacq Vaucan è uno stanco perito della compagnia che liquida i danni eventualmente prodotti dagli automi in caso di malfunzionamento. Il ritrovamento casuale di un robot modificato lo costringe a risalire all'origine nel danno. Chi ha bypassato i protocolli rendendo i robot capaci di arrivare al suicidio? E perché? Mentre svolge le indagini, coinvolto in un incidente, viene rilevato da un gruppetto di robot modificati in fuga. Ma la sua compagnia lo considera coinvolto nella cospirazione e si scatena al suo inseguimento. Jacq si trova perduto in uno sterminato deserto radioattivo, frainteso dagli umani e dai robot, disperato per la lontananza dalla moglie e dalla figlioletta che vorrebbe poter salvare da un futuro nefasto. Come in altri film fra cui Codice 46 e District 9, le città sono assediate da sterminati slums, fatiscenti bidonville dove tutto può succedere. La rappresentazione della città è debitrice nei confronti di Blade Runner, cadente, affollata, battuta da una continua pioggia acida, oppressa dai giganteschi ologrammi pubblicitari, con il vento che scompiglia la spazzatura nelle strade. Nel complesso scenografie e location sono molto accurate e sono di buona fattura i robot dalla liscia faccia metallica dall'espressione innocua, con il personaggio "femminile" che si imparenta alla lontana con i circuiti di Her. Bei titoli di testa sulle note dei Reali Fuochi d'artificio di Haendel. La solitudine dell'investigatore è quella consueta, mutuata dai classici hardboiled, da Philip Marlowe in poi, solo è Jacq ma solo è anche il poliziotto più sporco e carogna (Dylan McDermott). Melanie Griffith compare per poco in un doppio ruolo, nella versione originale Javier Bardem doppia uno dei robot, il vecchio Robert Forster è lo stanco capo di Jacq. Il film si appoggia molto sul protagonista, un Antonio Banderas in versione dimessa, dimagrito e pelato, che ha molto sostenuto la produzione, per spirito nazionalistico, ma si è speso molto anche il mitico Avi Lerner, definitoThe Most Unlikely Movie Mogul dall'Hollywood Reporter. Automata, scritto e diretto da un promettente Gabe Ibáñez, delude le aspettative perché riprende tanti, troppi temi precedentemente trattati con maggiore spessore, con implicazioni più variegate e interessanti, senza arrivare a un risultato soddisfacente, affossato anche da un finale frettoloso e generico, in cui si spendono quasi tutti i soldi del budget per la CG e si potevano anche risparmiare, perché costituiscono l'elemento più negativo del film. Alle interessanti, deprimenti sequenze iniziali, da vero noir fantascientifico, seguono quelle più convenzionali del ghetto dei fuorilegge per concludersi, spegnendosi, in una landa desertica dove la storia si arena. Il tema è uno dei più coinvolgenti nella letteratura e nel cinema di questo genere, che trattano di intelligenze artificiali, cloni e robots, replicanti e automi, e ha generato una schiera di film. Ai due estremi poniamo Io, Robot e Blade Runner, in mezzo una sterminata serie di titoli di cui citiamo solo alcuni, i più noti, Ghost in the Shell, Gamer, Surrogates, il più recente Eva, senza dimenticare la serie tv svedese Real Humans. Quando l'essere umano è capace di creare una sua copia perfetta, finisce per farne lo sfogo per tutto quanto di negativo c'è nella sua natura, oltre che nella sua esistenza, i lavori più umilianti, la fatica senza fine, le prestazioni sessuali. Funziona finché il clone non acquisisce coscienza dell'umiliazione, della fatica, della sporcizia, del sopruso insomma. Come un rappresentante di un Terzo Mondo in cui l'occidentale spadroneggia perché paga, finché non incontra opposizione. Ma per dominare uno schiavo devi mantenerlo in stato di inferiorità, guai se si evolvesse alla pari con il suo aguzzino. Siamo tutti stati "fatti" da qualcuno, è la strada che abbiamo poi percorso alla ricerca della nostra coscienza a essere diversa. Ma, a vedere certe storie, abbiamo camminato in direzioni opposte, l'umano sempre più lontano dalle sue qualità originarie, alle quali invece si è avvicinata l'intelligenza artificiale, per questo massacrata. In fondo siamo tutti cloni, impastati dal mucchietto di fango e animati da chissà quale Artefice.

 

Imperfetto, peccato

6