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Assassinio sull’Orient Express

12 piccoli indiani

di
Siamo nel 1935, un gruppetto di personaggi, vari esemplari di varia umanità, si ritrovano nella lussuosa carrozza-letto del già allora mitico Orient Express, che collegava Istanbul a Parigi, nel viaggio che li dovrebbe portare dal Bosforo verso diverse mete in Occidente. Fra loro c’è a sorpresa Hercule Poirot, mitico investigatore chiamato a risolvere crimini astrusi, dotato di una capacità di decrittare gli indizi quasi divinatoria. In una notte tempestosa, sul suo vagone avviene un delitto, di cui deve essere per forza colpevole uno dei passeggeri. Chi meglio dell’illustre ospite a bordo potrebbe individuarlo? Tutti sembrano nascondere dei segreti, ma saranno relativi a quanto accaduto? Intanto l’assassino continua la sua opera. Molto differente dall’iconografia classica, il Poirot di Kenneth Branagh (interprete oltre che regista) è più gradevole fisicamente dell’originale, più giovane e atletico, più umanizzato rispetto all’originale oltre che munito di un paio di foltissimi e prolungati baffoni che gli tagliano orizzontalmente la faccia, scelta esteticamente discutibile. Il resto del cast affastella volti noti e notissimi, fra i quali pochi godono di un adeguato approfondimento. Il romanzo di Agatha Christie, pubblicato nel 1934, è già stato oggetto di altre trasposizioni su grande schermo, notissima quella del 1974 diretta da Sidney Lumet, con un perfetto Albert Finney nel ruolo di Poirot. Ma non dimentichiamo l’episodio della serie tv con il meno popolare David Suchet. Quindi fra lettori del libro e spettatori dei vecchi film, molti andranno a vedere questa versione sapendo bene come finisce. Ma questo non toglie il piacere di assistere al gioco delle indagini, a interpretare gli indizi (che Agatha Christie metteva sempre a disposizione del lettore), a prevenire le deduzioni di Hercule, a smascherare le bugie, le finte confessioni, il complesso piano che sta dietro l’assassinio. Questa nuova versione ha un tono elegantemente antiquato (volontà confermata anche dalla scelta di girare in 65 mm stampati su pellicola da 70), che lascia trasparire il godimento di Branagh nel mettere in scena con stile classico una storia altrettanto classica, come un ritorno ad una messa in scena tradizionale di un’opera di Shakespeare, che siamo ormai abituati a vedere stravolto nell’ambientazione, nei costumi Questo anche se la sceneggiatura di Michael Green si concede qualche digressione rispetto all’originale, qualcuna non necessaria. La scansione dell’azione, l’alternanza dello scambio di battute, i campi e controcampi, la raffinatezza della scenografia fra arredi e costumi, anche il parco uso di CG per simulare l’incidente, il deragliamento del treno e poi la lunga sosta sul fragile ponte sul metaforico abisso, tutto è tradizionalmente confortante, quasi rassicurante, niente grosse emozioni, pochissimo sangue, solo una serie di incontri/scontri fra i personaggi, qualche flashback e un continuo andirivieni lungo i vagoni. Potere alla parola insomma. Poirot è un uomo alla fine di un’era, sull’orlo di un cambiamento, di una guerra che avrebbe spazzato via un mondo, in cui le regole sarebbero cambiare, irridendo con la volgarità, la brutalità, la fretta, i finissimi ragionamenti, l’eleganza formale, l’umanistica comprensione di un personaggio come lui. Che però come apprendiamo nell’ultima battuta del film, avrà ancora tempo per una delle sue deliziose indagini, questa volta sul Nilo, dove lo ritroveremo nel prossimo film, per un altro assassinio da risolvere. Che poi questo film piaccia o no, dipenderà da cosa uno spettatore cerchi in un film, probabilmente molto anche dalla sua età anagrafica.
 

Volutamente old style

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