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Aspettando il Re: Recensione

Siamo uomini o ologrammi?

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Non c'è come allontanarsi dal proprio particolare e dare uno sguardo d'insieme, per comprendere davvero come stanno le cose, per avere un chiaro quadro d'insieme, per vedere il sentiero per uscire dal folto della foresta. Come se ci si issasse sulla vetta di una montagna che domina un territorio visto finora solo in parti successive. Alan è un diligente uomo d'affari, assolutamente professionale, la versione enhanced del mitico "venditore di spazzole", il salesman all'americana che piazza il proprio prodotto dovunque, anche frigoriferi agli eschimesi, lasciando soddisfatto il cliente e più floridi i conti della sua azienda.


Ma la crisi morde, gli affari hanno bisogno di un miracolo. Non resta che tentare un grande salto, oltre oceano, nel misterioso Medio Oriente. Alan si reca nella lontanissima Arabia Saudita, per convincere il Re locale che il software per videoconferenze con ologrammi da loro commercializzato è migliore della concorrenza. Il caldo e l'umidità, il jet lag, le difficoltà di comunicazione iniziano a lavorare sul già esaurito personaggio. La lontananza da casa, il clima kafkiano di corte, l'astratta città costruita nel nulla, che contrasta con tende e cammelli ancora largamente in uso, i nuovi rapporti con personaggi fuori dalle sue abituali frequentazioni,scavano nelle sue fondamenta già compromesse. L'incontro con il fantomatico Re mai avviene, sempre rimandato da cortesi ma impenetrabili dipendenti. Ma Alan è ostinato e pragmatico e non demorde. Determinante sarà l'incontro con una dottoressa locale, rapporto che nasce reso subito arduo dalle severe regole locali sui rapporti fra i due sessi, quando a un tratto un'inquietante cisti inizia a crescergli sulla schiena, come se i veleni a lungo accumulati dovessero trovare una via di sfogo. Tratto dal romanzo di Dave Eggers, il film è diretto da Tom Tykwer (Lola corre, Profumo) e, penalizzato al botteghino negli USA, approda da noi sull'orlo dell'estate. Ed è un peccato perché si tratta di una commedia gradevole, che può dare spunto a molte riflessioni. Il film si impone soprattutto grazie alla stranita malinconia di un Tom Hanks bravo quanto e anche più di sempre nel rendere palpabili la sua estraneità mai ostile, la sua perplessità, l'incredulità, l'ironia ma anche l'ottimismo incrollabile con cui si impone di accettare ogni surreale situazione con quell'intima dignità da uomo onesto, da persona perbene. Così convinto che la vita possa solo scorrere in una direzione, lungo binari ben saldati, da restare con incredula sorpresa a fissare una porta che non solo si aprirà nel solito portone chiuso, ma gli consentirà di arrivare dove non si sarebbe mai immaginato. Certo a patto di aprirsi anche lui, di cambiare, di esplorare. Bel messaggio proprio oggi quando l'invito sempre più pressante è alla chiusura, al rifiuto.

 

meritevole

7