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Asbury Park: lotta, redenzione, rock and roll

C’era una volta e poi non c’è più

di

Asbury Park, amena cittadina balneare stesa lungo la spiaggia del New Jersey, in fronte all’Atlantico, luogo di provincia anche se a soli 90 minuti di auto da Manhattan. Era, ed è, divisa in due metà, East e West Side, zona bianca la prima, religiosa e tradizionalista, quella dei ribelli la seconda, frequentata dai bianchi ma a maggioranza nera, strapiena di locali dove già dagli anni ’20 e ‘30 ribollivano le nuove tendenze, musicali e di costume, dove tutti i sogni però si potevano realizzare. Questo almeno negli anni ’60, quando nella miriade di club si affollavano i migliori musicisti jazz/soul/rock del paese, per jam session improvvisate fino all’alba, che insegnavano ai più giovani come tenere il palco, come rapportarsi col pubblico, come arrangiare e suonare. Fra questi c’era Bruce Springsteen che in quel contesto ha messo insieme la sua mitica Band, uomo avveduto che ha saputo mettere a frutto quanto la vita gli ha insegnato, fermandosi a riflettere, a un certo punto della fortunata carriera. Ma il docu diretto da Tom Jones, alternando molto materiale d’archivio alle interviste di oggi, non ha come obiettivo la storia del Boss, che compare spesso a commentare i fatti narrati, come tantissimi altri musicisti, il fine è quello di mostrare quale potere abbia la musica e come il momento più politico della storia della cittadina si sia rivelato la sua rovina. Nel 1970 infatti esplode la rivolta, causata da emarginazione e povertà, e Asbury finisce a ferro e fuoco per sette giorni. Viene spazzato via il quadrilatero “creativo” che mai verrà ricostruito e ancora oggi al posto degli edifici si vedono vuoti riquadri erbosi. E le cose, complici anche i successivi periodi di crisi economica, non miglioreranno mai per qualche decennio. Abbandonata da chi poteva andarsene, diventerà così per Bruce “My City of Ruins”. C’è poi stata una blanda ripresa nell’East Side, sempre grazie alla presenza di locali musicali e all’arrivo di molti residenti gay, assai appassionati alla rinascita del luogo, che sta subendo una per ora accettabile “gentrificazione”. E nel West Side il merito va all’apertura salvifica di una scuola di musica per giovani talenti che sta risollevando le sorti del luogo. Ma i problemi di allora, economici e sociali, sembrano sempre gli stessi, perché il miglioramento che sembrava quasi promesso in quegli anni, anche a livello mondiale, ha subito una drammatica involuzione. Restare seduti dopo i titoli di coda, perché c’è una lunga Jam Session di Springsteen e soci, ripresa al Paramount Theatre, compresi alcuni giovanissimi allievi, che suonano alcuni pezzi che farebbero muovere i piedi anche a un paralitico. Il documentario racconta personaggi e locali storici (il mitico Upstage, lo Stone Pony), e i luoghi delle giovinezze di tanti degli intervistati, quei luoghi dai quali da giovani si vuole scappare, ai quali poi sempre si ritorna. E narra del coraggio di qualche impresario illuminato dell’incoscienza di tanti artisti che ancora non sapevano di esserlo, ma solo quello sapevano fare, suonare (cantare arrivava dopo, come diceva Bruce nella sua biografia). Forse la musica non basta a salvarci tutti, ma resta sempre “il giardino della vita” come afferma Little Steven. Certo si tratta di musica come la loro, non certo quella che esce infiocchettata e pre-digerita dalle Major di oggi. Da quei pacchetti preconfezionati però non uscirà mai una fucilata verso la vita come Born to Run, mai si formeranno artisti che dopo 60 anni di marciapiede sanno ancora stare sul palco con quella potenza. Rassegniamoci. Il documentario sarà nelle sale il 22,23 e 24 maggio.

Non solo per springsteeniani

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