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Arthur - Il potere della spada: Recensione

di

 Guy Meets Arthur

Apprendendo che Guy Ritchie stava mettendo mano alla leggenda di Re Artù e alla sua tavola rotonda, avevamo previsto un trattamento non certo tradizionale. Quindi niente Santo Graal o Avalon né armature di celestiale splendore come in Excalibur, nessuna ambizione di realismo storico/folkloristico nelle fangose e gelide lande del King Arthur di Fuqua o gli esperimenti storico/fantasy di L'ultima legione (o il fanciullesco divertimento della disneyana Spada nella roccia).

Ma nemmeno pensiamo agli epici cavalieri di tanti technicolor hollywoodiani o allo straziante amore clandestino fra Ginevra e Lancillotto, perché il film si occupa della prima parte della vita di Artù. Ragazzino che ha visto morire madre e padre, che ha rimosso l'orrore ed è cresciuto immemore come sguattero in un bordello, cui la strada ha insegnato leggi inflessibili, addestrandolo a sua insaputa a riprendersi il regno tolto dal crudele zio Vortigern. Tutto questo lo apprenderà, pur renitente, dopo aver per caso rimosso la famosa spada Excalibur dalla famosa roccia, diventando il capo della rivolta contro la dittatura. Sullo sfondo incombe la presenza dei maghi (ma mancano Merlino e Morgana), mentre la reazione dell'usurpatore e dei suoi feroci scagnozzi devasta amici e sostenitori e obbliga alla resistenza. Sulle note di una colonna sonora (di Daniel Pemberton) che fa la differenza, Guy Ritchie racconta con il suo stile "à la Snatch" una saga notissima, rivisitandola e riadattandola alle odierne necessità (dobbiamo ormai rassegnarci, tutte le storie sono già state raccontate e allora tocca raccontarle molto, molto diversamente), con effetti clamorosi, creature fantasiose, giganteschi elefanti combattenti e serpenti che fanno sembrare Smaug una lucertola, costumi liberamente ideati (anche qualche berretto di lana contemporaneo). Impossibile dimenticare la lezione di film come Il Signore degli anelli e serie come Game of Thrones, che hanno mutato il modo di fare il genere fantasy (e non a caso alcuni del cast arrivano proprio da Game). Ovviamente non mancano stragi sanguinose e combattimenti a colpi di slow motion rallentati allo spasimo, seguiti da fulminee accelerazioni, con spade quasi laser e anche un sospetto di lisergia. Charlie Hunnam, per molti il Son of Anarchy più amato, riveste i panni del giovane avventuriero che non vorrebbe farsi re, con adeguato carisma. Un Jude Law di fascinosa perfidia, che in nome del potere dovrà pagare un prezzo biblico, fa lo zio degenere, il Male necessario a creare il Bene. Eric Bana interpreta il nobile genitore Uther Pendragon e Astrid Bergès-Frisbey è una misteriosa Maga, patita, consumata, con una sua bellezza originale. A fianco di Arthur si muove un bunch of friends multi-razziale che si coagula intorno al Boss, come una gang di delinquenti nei vicoli di Londonium, che almeno loro un pizzico di senso dell'onore, di amore per la giustizia ce l'hanno (Djimon Hounsou, Aidan Gillen, Tom Wu, Neil Maskell e altri.) Cameo di David Beckham, amico del regista. Un 3D di convincente profondità non spegne la bella fotografia di John Mathieson. Nell'attesa del sequel ci lambicchiamo, curiosi di sapere chi mai sarà il Lancillotto scelto per contrapporsi a un simile Artù.

 

Va va voom!

7