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Antropocene – L’epoca umana

L’uomo è cannibale

Non spaventi il titolo, che potrebbe far pensare a un dotto trattato accademico. Antropocene (il termine è stato coniato negli ani ’80 dal biologo Eugene F. Stroermer) è un documentario sulle malefatte compiute dall’uomo sul suo ambiente e si riferisce all’attuale era geologica, successiva all’Olocene, che aveva avuto inizio 11.700 anni fa dopo l’ultimo immane scioglimento dei ghiacciai dell’era glaciale. Rispetto a questo periodo, il termine vorrebbe significare l’impatto, con relative conseguenze, che l’attività umana negli ultimi 10 mila anni ha avuto sull’ambiente, influenzandolo con le sue attività più della Natura. Questo a partire soprattutto dalla metà del ‘900, quando gli esseri umani sono poco alla volta diventati la specie più forte sulla terra. Questo impatto devastante si è verificato attraverso estrazione mineraria, urbanizzazione e industrializzazione, costruzione di enormi dighe e dirottamenti dei corsi d’acqua, emissioni di CO2 e acidificazione degli oceani, invasione della plastica, distruzione delle foreste e l’estinzione di molte specie animali. Terzo di una trilogia di film, dopo Manufactured Landscape del 2006 e Watermark (2013), Antropocene è costato quattro anni di lavoro ai realizzatori Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier, Edward Burtynsky. Ed è un prodotto assai avvincente, pur inducendo un’inevitabile cupezza d’animo, alla vista di tanti sfaceli, alcuni noti, altri no. Si apre e si chiude con un colossale rogo di zanne di elefante: 105 mila tonnellate costate la vita ad almeno 10.000 animali, cerimonia messa in scena con clamore mediatico dal Congo nel 2016 a scopo deterrente (e anche propagandistico) nei confronti del contrabbando di avorio, tutt’ora fiorentissimo. Scopriremo che adesso a Hong Kong è più conveniente scolpire zanne di mammuth che provengono da depositi fossili della Siberia con lo scioglimento del permafrost, perché certi vizi non si perdono mai. Ammireremo (si fa per dire) le macchine scavatrici più immense mai costruite, creature da 12.000 tonnellate, per le miniere a cielo aperto della Germania, per passare a Norilsk, la città russa più inquinata del mondo, nemmeno un angolo di verde a produrre ossigeno, dove l’economia è basata esclusivamente sulle miniere di nichel e altri minerali. Là ogni anno va in scena una specie di Festival in cui la città festeggia la propria way of life, in stretta simbiosi con le mostruose gru e scavatrici delle miniere, tutte tirate a lucido. Ma anche la nostra Carrara non se la passa bene e assisteremo alle impressionanti procedure per il taglio e la movimentazione di gigantesche lastre di marmo. A Immerath, in Germania invece, in una zona ricca di giacimenti di carbone, interi paesi sono stati rasi al suolo con la popolazione deportata in altri luoghi, per fare spazio a gigantesche miniere a cielo aperto. E poi il disboscamento a livello mondiale, qui si mostra non la solita Amazzonia, ma l’isola di Vancouver, disboscata al 90%, e il Lagos, dove manodopera miserabile lavora senza nemmeno guanti da lavoro per raccogliere i giganteschi tronchi degli alberi di prezioso legname abbattuti nelle foreste. Ma se la passano malissimo anche i 250.000 disgraziati che razzolano tutta la vita in una sterminata discarica del Kenya, di biblica mostruosità. E se Venezia forse scomparirà, acqua alta dopo acqua alta, nel frattempo si espandono sempre più ingovernabili le megalopoli del pianeta uomo, dove un’umanità sempre sovra-sfruttata brulica disperata cercando di sopravvivere in ambienti di infernale invivibilità. Anche il mitico deserto di Atacama è luogo di sfruttamento, con le sue vasche di evaporazione del litio, minerale richiestissimo per le batterie delle auto elettriche. Intanto la barriera corallina australiana lentamente sbiadisce, per effetto dell’inquinamento. Tutto è pretesto per sfruttare, per guadagnare, qui e ora, del tutto indifferenti a chi erediterà questo ambiente dopo di noi, saccheggiandolo e soffocandolo con i “tecno fossili” cioè l’insieme degli oggetti da noi creati, assolutamente non degradabili, che resistono alla biosfera, come plastica, lattine, metallo, vetro, cemento, arricchendo pochi, affamando molti. I precedenti di un lavoro come questo si possono ritrovare in documentari come la trilogia Quatsi di Godfrey Reggio (ma a sprazzi vedendo certe condizioni di vita, viene in mente anche Gualtiero Jacopetti) e anche del suo discepolo Ron Fricke. Antropocene mette in fila una tale sconfortante serie di danneggiamenti compiuti dalla cecità umana su un ambiente unico, che quello è e che se lo roviniamo non ne avremo uno nuovo in cambio, da sconfortare, mai piattamente didascalico ma appassionante e angosciante. Ci sarebbe stato modo di progredire diversamente, di devastare meno, di essere più virtuosi, più lungimiranti? Crediamo di sì, sinceramente, se la politica non fosse stata così miope, se non si fosse pensato solo all’arricchimento selvaggio, che è sempre avvenuto a spese di enormi quantità di individui. Antropocene è narrato da Alicia Vikander in originale e da Alba Rorwacher in italiano. Da mostrare ai bambini, non troppo piccoli però perché si sconforterebbero, forse si spaventerebbero.

Molto interessante

7