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Aladdin

Attenzione a quello che desideri

di

Disney prosegue con i nuovi trattamenti delle sue vecchie storie, prima da cartone animato alla versione in CG, poi dalla CG al live action, per proseguire con la ripresa di qualche personaggio in precedenza discriminato (la “cattiva” Maleficent) e una “politicizzazione” accentuata dei soggetti femminili, già negli anni ’90 letti in chiave femminista, con il loro normale desiderio di indipendenza e autonomia oggi ancor più esibiti, negli odierni tempi del famigerato #metoo. In qualunque modo la si voglia vedere, si porta al cinema un sacco di gente nuova (piccini e meno) e pure vecchi spettatori che vogliono vedere come sono state trattate le storie della loro infanzia. Per Aladdin la storia è rimasta sostanzialmente fedele all’originale, in certi punti davvero si replica il cartone del 1992. Ma, dato che l’originale durava 90 minuti e questa versione è più lunga di un’abbondante mezz’ora, è palese che si sia dovuto aggiungere-dilatare qualcosa. Con risultati non sempre positivi. La prima parte del film, diciamo circa tre quarti d’ora, si trascina in modo preoccupante, visto il carisma a livello zero del giovane protagonista Mena Massoud. Anche Jasmine però avrebbe necessitato di un’interprete di maggiore carattere, più incisiva e anche più etnicamente definita, anche se Naomi Scott è per metà indiana. Per fortuna arriva la ventata di simpatia del Genio della lampada, che se vivacizzava già il cartone, qui, affidato com’è a Will Smith, risolve davvero molti dei problemi del film. Che prende finalmente ritmo e velocità, facendo arrivare alla fine senza guardare troppo spesso l’orologio. Parliamo da spettatori adulti, ovviamente, i piccini sembrano apprezzare (anche se nella prima parte ci sono troppe parti musicali). Le canzoni vecchie, quelle storiche di Alan Menken, premiate allora con l’Oscar, sono infatti incrementate da alcune nuove, del tutto dimenticabili purtroppo, come già successo per Mary Poppins. Non eccelsa la computer grafica delle scenografie esterne, meglio il Genio, al quale viene concesso un mini-spinoff romantico, la tigre di corte, la scimmietta capricciosa ma leale e il pappagallo perfido. Sempre assai simpatico il tappeto volante. Nota per noi dolente i costumi, colori chiassosi e sgargianti mescolati con abbinamenti audaci. Anche le poche coreografie ricordano più Bollywood che la Persia. Il malvagio Jafar, che nel cartone era un adulto dipinto con tratti grotteschi che ne esaltavano la cattiveria, qui è affidato all’interessante faccia di Marwan Kenzari, che riesce ad essere più attraente dell’eroe Aladdin. Il resto del cast è composto da alcune facce notissime, fra cui abbiamo notato Numan Acar (origine turca) e Navid Negahban (iraniano), che loro sì, dopo una carriera a fare i terroristi, qualche lamentela su base etnica potrebbero avanzarla. Entrambi li abbiamo visti in infiniti thriller politici, fra cui Homeland. I concetti anti-maschilisti per Jasmine ed etico/motivazionali per Aladdin vengono esposti, ribattuti e ancora sottolineati, se uno proprio fosse duro di comprendonio e anche i rovelli relativi alla formulazione ed esecuzione dei tre desideri sono più arzigogolati del solito. Segnaliamo che nel doppiaggio del primo film, Gigi Proietti era il Genio, mentre oggi fa il sultano padre. Quanto ai doppiatori “musicali”, Manuel Mieli è Aladdin, mentre Naomi Rivieccio, finalista a X Factor 2018 canta le canzoni della Principessa Jasmine, sui titoli di coda accompagnata invece da Zayn. La regia di Guy Ritchie è così “professionalizzata”, al servizio della produzione, da risultare irriconoscibile.

Per under 8

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