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A Star is Born

Love Hurts

di

La storia è nota. Lui è un famoso cantante country/rock, idolatrato dalle folle che lo seguono sui palchi concerto dopo concerto da Coachella a Glastonbury, anche se ormai fatica a tenere il passo. É un uomo stanco, ferito dalla vita, troppo alcol e troppe pillole. E’ bello e perduto. Lei è una ragazza delusa dalla vita, fa la cameriera ma scrive ottime canzoni e ha una gran voce. L’hanno convinta di non essere abbastanza bella per esporsi al pubblico e sta abbandonando i suoi sogni, si sta perdendo. Jack incontra Ally, capisce le sue qualità, la spinge a esibirsi, le dà sicurezza. Si amano, tanto, si sposano, la carriera di lei decolla, mentre la carriera di Jack si appanna. Lui non riesce a smettere i vecchi vizi, lei intanto scala le vette del successo. Ma è un mondo nel quale Jack non si ritrova e di nuovo si perderà. Una venatura di malinconia molto western pervade questa nuova versione di una storia che appartiene alla cultura popolare americana, già portata sugli schermi ben quattro volte, la prima del 1932 già per mano di George Cukor (con il titolo A che prezzo Hollywood), che poi ne farà il noto remake nel ’54 con Judy Garland e James Mason. In mezzo nel ’37 c’era stata un’altra versione, diretta da William A. Wellman. Tutte erano in ambito cinematografico. Poi nel 1976 ci hanno pensato Barbra Streisand e Kris Kristofferson (regia di Frank Pierson) in una rilettura che spostava i personaggi all’ambiente musicale. E a questo si rifà la nuova versione con Bradley Cooper e Lady Gaga. In comune i film hanno solo una battuta. Mai come in questa versione la cura nella scrittura dei personaggi li salva dal cliché, soprattutto per quanto riguarda il personaggio maschile, con il suo viso spesso ombreggiato da un elegante Stetson, che qui ha una gentile rassegnazione alla sua sconfitta, un’estraneità a un mondo che non gli appartiene (forse mai gli ha appartenuto), che gli mancava nelle scritture precedenti. Avesse la possibilità di invecchiare, Jack diventerebbe il Jeff Bridges di Crazy Heart. Del tutto privo della costante anche se non voluta aggressività delle altre versioni, sembra sempre scusarsi per il disturbo che arreca, diventando con la sua mitezza un personaggio che tocca il cuore, più forte di quello femminile, che mantiene la personalità che aveva delle altre versioni, ma anche lei con più dubbi, con la sola certezza del suo amore. Entrambi sono riscritti in modo da evitare eccessi melodrammatici, da rendere il loro incontro, il loro percorso, le loro pene, più universali. La storia è sfrondata rispetto alle versioni precedenti anche dalle polemiche contro i mass media assetati di scandali, che qui non compaiono, e anche non si accanisce contro le invidie dell’ambiente, che gode nel vedere cadere gli idoli. Bradley Cooper, affiancato dall’ottimo Eric Roth, inserisce qualche altro personaggio, il buffo gruppo di vecchiacci formato dal padre di Ally (Andrew Dice Clay, ottima scelta) e dai suoi amici, un ragazzo che Ally si porta dietro dal vecchio mondo, le drag del bar in cui lei e Jack si conoscono, e soprattutto il fratello-manager di Jack (Sam Elliott), un rapporto brevemente tratteggiato ma anche lui con un suo spessore. Siamo sempre nel campo del melodramma sentimental/musicale, caro al cinema americano, ma con una sua inattesa nobiltà. Una confezione lussuosissima, patinata il giusto, belle musiche ben eseguite (splendido sonoro) fanno da cornice ai due protagonisti. Lady Gaga, cioè Stefani Germanotta, si impegna come attrice ma è sempre meglio come cantante. Palesemente risuonano nel suo personaggio echi della sua vita vera, del suo percorso personale. Se un bersaglio c’è, è la prepotenza del Sistema nel voler modificare pesantemente artisti dotati ma non rispondenti a canoni estetici inventati chissà da chi (tema trattato velocemente e in modo leggero nel film con Garland). Bradley Cooper oltre a scrivere la sceneggiatura, compone le musiche (insieme a Gaga, Mark Ronson, Jason Ibell e Lukas Nelson), suona la chitarra, e co-produce, dirige e interpreta (con una voce più calda e roca del solito) e canta e suona in un mix di professionalità multipla davvero sbalorditivo. Entrambi artisti al top, con questo film hanno potuto da sponde diverse affacciarsi su mondi che li appassionano ma finora estranei, per Cooper la musica, per Germanotta il cinema. Vedremo se ci saranno sviluppi successivi.

Oscar, chissà

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