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A.C.A.B.: All Cops Are Bastards

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Tutti i poliziotti sono dei bastardi, questo significa l’acronimo ACAB, nel gergo degli Skinhead. Molto cinema ci ha mostrato come quello del poliziotto sia uno sporco mestiere (ma qualcuno lo deve pur fare), esercitato spesso da personaggi borderline, uomini induriti da una vita sempre in tensione, nella quale la violenza è un contagio che genera altra violenza, spesso solitari o con difficili rapporti famigliari perché quello del poliziotto è un mestiere invadente e senza orari, mai troppo liberal perché misurarsi con i delinquenti non permette di essere political correct. E non è necessario lavorare in qualche prestigiosa squadra omicidi a Los Angeles o Miami per ritrovarsi in queste condizioni. Basta essere dei celerini a Roma, poliziotti che fanno il servizio per strada, sulle Volanti, quelli che vorremmo sempre pronti a rispondere alle nostre chiamate, a castigare chi secondo noi se lo merita, per poi indignarci e invocare a gran voce sanzioni pesanti quando nell’azione le cose degenerano. Ma sono l’ultima ruota del carro anche loro, quelli a più stretto contatto con la schiuma della società, detestati da molti “civili” esasperati che non riescono più a fare i doverosi distinguo, disprezzati dai colleghi di altri corpi di Polizia. Mentre si discetta su come si sia verificato il degrado odierno, mentre psicologi cercano di trovare motivazioni alla bestialità di certi comportamenti e sociologi cercano di spiegare l’ineluttabilità di certi meccanismi, a fare da argine fra “buoni” e “cattivi” però ci sono solo loro.

E’ sottile la linea di confine sulla quale si muovono i personaggi messi in scena da Stefano Sollima, al suo esordio su grande schermo, dopo aver realizzato la serie di qualità (e di grandissimo successo) Romanzo criminale, e prima ancora La squadra. La sceneggiatura, liberamente tratta dal romanzo del giornalista Carlo Bonini (Einaudi Editore) è scritta dagli stessi autori di Romanzo criminale, Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti.

Si racconta una tranche de vie di un gruppetto di appartenenti alla Celere di Roma, una capitale squallida e sporca, dalle periferie degradate e abbandonate a se stesse, stadi e casermoni, baracche e accampamenti, ultras e immigrati, barboni e cittadini regolari ma in grave difficoltà. Non che il discorso cambi molto se ci spostiamo a Milano o in altre grandi città. Per l’inevitabile necessità di spettacolarizzare, nei protagonisti e nelle loro azioni si condensano una manciata di problemi-simbolo dell’ordine pubblico dei nostri tempi: contenimento delle tifoserie negli stadi e dei manifestanti durante scioperi e cortei, sfratti forzosi, sgombero di clandestini, smantellamento di campi di rom, oltre a un quotidiano fatto, come per tutti, di una difficile convivenza con altri tipi di criminalità spicciola e l’ostilità di vari gruppetti alternativi. Nell’intimità va anche peggio: chi è solitario a vita, chi sta vivendo una separazione drammatica, chi ha la famiglia lacerata. Infatti nel momento di bisogno questa longa manu dello Stato è abbandonata a se stessa come l’ultimo degli immigrati clandestini che deve massacrare. Ad aiutarli a tenere duro solo lo spirito di fratellanza, il principio per cui un “fratello” non lascerà mai solo un altro “fratello” e sempre gli coprirà le spalle, nel bene e nel male, in una versione locale del famoso motto “no man left behind”.
Su tutti aleggia lo spirito della Diaz, momento indifendibile, del quale tutti sono consci, mentre serpeggiano sullo sfondo altri fatti realmente accaduti come la morte di Raciti, l’assassinio di Francesca Reggiani e l’uccisione di Sandri.

La riuscita dell’operazione si deve anche all’ottimo cast che si è prestato per compensi inferiori al solito, per poter partecipare a un film che ha faticato a trovare finanziamenti: Pierfrancesco Favino, il “veterano”, un lupo solitario che vive solo nel gruppo, per il gruppo; Filippo Nigro l’uomo che una separazione sofferta spinge sempre più alla deriva; Andrea Sartoretti, l’ex collega che è finito a fare la guardia giurata, ma rimpiange il suo vecchio “potere”; Marco Giallini padre di un figlio ultrà di destra, frutto bacato caduto non lontano da una pianta già malata; Domenico Diele, la “spina” che faticherà a capire le meccaniche del gruppo e capirà male. Il quadro è quello di una società senza speranza, tutti contro tutti, in una inumana lotta fra poveri, dove i rimbalzi della disperazione non finiscono mai, mentre la politica indifferente strumentalizza e basta. Il  film addita infatti come sicuro colpevole il Governo, cioè “il datore di lavoro” che nei decenni si è dimostrato del tutto incapace di gestire la selvaggia multi etnicità dei nostri tempi e le conseguenze della crisi economica, anche perché spesso ha trovato comodo fomentare ostilità sotterranee e divisioni fra gruppi.

Speculando per fini di consenso sulle paure, sulle divisioni, il Potere campa da tempo. Bisognerebbe ricordarsi di quanto diceva Pasolini, negli anni ‘60/70, quando poliziotti, figli di proletari del Sud, manganellavano studenti, figli della borghesia più benestante, mentre avrebbero dovuto lottare insieme per migliorare un sistema indifferente a entrambi. Meno disperato di un Polar francese e del tutto privo di romanticismo, sicuramente più nobile di un poliziottesco anni ’70, ACAB è un ottimo esempio di quanto potrebbe fare il cinema italiano, se la smettesse di puntare solo su temi sentimental-esistenziali, opache commedie brillanti, qualche esperimento non sempre riuscito di film “impegnato”. Come il film di Kassovitz, L’odio, ACAB non dà, non può dare risposte, lasciando alla riflessione dello spettatore molti rovelli.
Anche se i personaggi, pur estremi, così narrati suscitano inevitabile comprensione, il film non si schiera, ridurre tutto a right or wrong, a bianco e nero, ormai non è più possibile, lo possono fare solo i telegiornali più qualunquisti.

Il braccio malato della Legge

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